La banda della culla di Francesca Fornario

Recensione di Rosco di Sera

Esilarante, scoppiettante, un fiume di parole travolge il lettore sin dalla prima pagina, quasi a voler oscurare, sotto il velo dell’ironia, amare verità.

L’inutilità della rabbia. Mitigata dal senso della speranza.

L’assenza della legge. Combattuta con la forza del coraggio.

La paura della morte. Esorcizzata con la visione della fede.

Claudia e il suo “E’ troppo qualificata per questo lavoro.” Claudia che conosce troppe lingue. Claudia che sostiene di avere una perfetta pronuncia russa “perché a Taranto ha imparato a trattenere il fiato per non inalare i fiumi tossici dell’llva come hanno fatto i suoi genitori che a forza di ostinarsi a respirare si sono ammalati”. Claudia che “sa ridere della vita soprattutto quando non c’è niente da ridere”.

Claudia e Francesco e la lettura degli annunci di lavoro come “momento liturgico”, quasi un rito scaramantico.

Veronica, l’inviata di un talkshow di prima serata della TV pubblica, “che non viene inviata da nessuna parte perché non c’è budget”. E sir Frederick Walton, che nel 1883 aveva inventato il linoleum ”con la certezza che da quel momento sarebbero esistiti solo sguardi superficiali”.

Camilla e Veronica e il “doppio” delle possibilità di avere figli. Almeno in teoria.

Giulia e le sue cisti ovariche “come le bolle che increspano la superficie dell’acqua prima di buttare la pasta”. Giulia e il suo 25% di possibilità di rimanere incinta dopo il trattamento. Giulia e il suo non essere, sin da bambina, “per educazione”.

Miguel, il medico argentino che per l'Italia non esiste. E i suoi genitori scomparsi. No morti, proprio scomparsi. In Argentina. O fatti scomparire.

Ventenni-trentenni-quarantenni in cerca di una dimensione adulta in un'Italia dove a 33 anni hai ancora tutta la vita davanti. Però non ti puoi fare una famiglia.

Il contratto a progetto. E’ ironico che si chiami così l’unico contratto che non ti permette di fare progetti”. “O un contratto di lavoro che sparisce nel preciso momento in cui tu avresti bisogno di essere tutelata da un contratto di lavoro”.

Eccheccazzo – si infuria Veronica - sono una cittadina modello, pago le tasse, faccio la raccolta differenziata, rispetto il codice della strada, faccio girare l’economia, pago addirittura il canone, ci credi? A casa non ho nemmeno la televisione! E qual è la ricompensa? Ho meno diritti di un condannato per abuso di ufficio o atti vandalici, meno diritti di un ex ufficiale delle SS, meno diritti di un cazzo di evasore del Liechtenstein. A loro è stato concesso di perseguire agilmente i loro scopi. Gli sono stati forniti tutti gli strumenti idonei: leggi ad personam, segreto bancario, treni piombati, camere a gas, eccetera: e a me un sedicente Stato liberale impedisce di realizzare il mio sogno. Il mio innocente, banale sogno piccolo-borghese! Voglio mettere su famiglia”.

Ne viene fuori un tracciato dell'Italia dove non c'è spazio per diventare adulti. Non perché si è “bamboccioni”. Perché in Italia hanno distrutto tutto quello che la generazione precedente aveva costruito a fatica, combattendo.

La metafora più abusata del giornalismo italiano, quella che paragona gli italiani ai violinisti del Titanic che suonano mentre la nave affonda, non è più appropriata, riflette Veronica. Gli italiani oggi sembrano piuttosto i musicisti dell’orchestra di una nave che, mentre l’imbarcazione si inabissa, brandiscono come clave gli archetti e i flauti traversi e si picchiano a sangue, perché ognuno pretende di suonare l’ultimo assolo”.

Ne viene fuori un profilo di donne che hanno dovuto iniziare a combattere contro il mito della perfezione.

Forse si dovrebbe cominciare a fondare l’Airbvsicb: Associazione italiana per il recupero delle bambine la cui vita sociale è stata irrimediabilmente condizionata da Barbie”.

E su tutti Dio e il disperato dialogo tra chi chiede, come sa e come può, e chi non risponde.

Un Dio “non giudice né manutentore dell'universo ma solo l’unità di misura del disordine”. “Un disordine a suo modo generoso”. “Un caos munifico di possibilità”.

La possibilità di trovare una dimensione, un posto e un modo proprio. Di stare al mondo. E di starci fino alla “dissolvenza”.

Dopo aver compiuto il passaggio evolutivo dall’essere all’essenza, dopo aver unificato l'essere con l'essenza. Dopo aver accettato il divenire.

Perché c'è sempre un modo e uno spazio proprio di stare al mondo. Secondo natura. La propria.