La vita coniugale di Sergio Pitol

La vita coniugale di Sergio Pitol

Recensione di Imma D'Anchise

Se leggete prima il libro e poi andate a leggere dell'autore, vi sorprenderete nello scoprire che è stato un diplomatico messicano ed ambasciatore in molte città europee e non, e vi chiederete cosa l'ha spinto a scrivere un libro così.

Il libro infatti è un quasi-giallo con una quasi-assassina come protagonista, che, Bovary messicana, forse non fa simpatia, ma fa sorridere nei suoi continui tentativi di uccidere il marito di cui pure l'autore non chiarisce molte cose fino alla fine, lasciandoci liberi di dare varie interpretazioni.

La nota che colpisce è la strana personalità di Jacqueline che non riesce a definirsi come donna, nonostante i numerosi tentativi d'immagine pubblica e privata, e che esiste solo quando odia di più il marito e che, quando ama, è per meglio odiare e progettare la sua morte. Infatti quando il marito per un lungo periodo scompare, sembra sfumare anche la figura della donna che rischia di scomparire fino a quando il ritorno del marito le ridarà la possibilità di tornare a vivere solo per odiare.

Nella postfazione Antonio Tabucchi ipotizza che forse donne così erano frequenti negli ambienti che Pitol frequentava dove arrampicatori sociali si accompagnavano a false intellettuali, creando matrimoni che somigliavano ad associazioni a delinquere.

Il romanzo è ambientato negli anni '70'-80, ma poiché dalla prima pagina guardiamo con gli occhi di Jacqueline, il tempo non ha importanza, scorre o si dilata sempre con lo stesso obiettivo...