Camillo & son, di Francesco Durante

9 Settembre 2019

Il grande libro di un grande intellettuale si riconosce dai primi capitoli. Ma la temperie espressiva di “Camillo & Son – Vita e morte di due grandi giornalisti tra Italia e America”, l’opera postuma di Francesco Durante pubblicata da Carabba e presentata domani a Torricella Peligna nell’ambito del quattordicesimo “John Fante festival”, si svela fin dall’incipit colloquiale con cui l’autore, scomparso ad Anacapri lo scorso 3 agosto, comincia a inchiodarti alle pagine (ben 406) e come un pifferaio magico ti costringe a seguirlo e seguirlo ancora, nel racconto di una storia formidabile. Lui l’ha letteralmente disseppellita, consultando una mole documentaria enorme e dando risalto a due personaggi già rimasti impigliati nella rete delle sue precedenti ricerche sugli italoamericani tra fine ‘800 e inizi ‘900: sono Camillo Cianfarra padre, detto Chan, e il suo omonimo figlio soprannominato Cian, entrambi giornalisti. Il racconto delle loro vite è insieme narrazione letteraria avvincente, ricostruzione di vita e cultura materiale degli emigrati italiani in Usa, storia del pregiudizio antimeridionale, storia politica, sindacale, delle idee e grande inedita storia del giornalismo. Ed è carrellata di personaggi esilaranti, come il medico ciarlatano che inondava il Progresso Italo-Americano d’inserzioni sui suoi “rimedi miracolosi per ogni infermità”. Sono i tempi dei giornalisti capaci di grandi scoop e imperterriti nel seguire piste come segugi alla Sherlock Holmes: quelli che Theodore Roosevelt avrebbe poi chiamato sprezzantemente muckrakers, topi che rimestano nel fango, ma che svelavano ingiustizie sociali, nefandezze del capitalismo agli albori, corruzione di politici e sindacalisti.
Lama dei Peligni, terra abruzzese da cui proviene il senior Camillo Luigi Cianfarra, nato nel 1878, è zona di forte emigrazione che nel 1881 contava 3215 abitanti, nel 2011 meno di 1400. Vi hanno radici familiari John Fante, Perry Como, Madonna. Chan parte a 18 anni, in Usa si avvicina al giornalismo e ai socialisti, diventando direttore del Proletario e dandosele di santa ragione con il foglio anarchico “L’Aurora”, cui contende i lettori italo-americani. Sono i tempi in cui arrivano anche Sacco e Vanzetti. Gli emigrati come loro sbarcano senza sapere una parola di americano e, appena scesi dai bastimenti, sono avvicinati dai “bosses”, ambigui procacciatori di vitto, lavoro, prestiti, mentre le lucrose rimesse sono accentrate dal governo nella gestione del Banco di Napoli. Chan racconta i fetidi slums degli emigrati, la “bossatura” di due dollari per iscriversi all’Ufficio del Lavoro, la sua versione dell’attentato di Monza contro Umberto I, che giustifica. Passa a dirigere il Telegrafo, poi va a L’Araldo italiano e inanella un’esclusiva dietro l’altra: Durante attribuisce a Chan uno scoop che i testi di storia del giornalismo ignorano, citando solo quello di Luigi Barzini senior del 1904: lo scoop sul fallimento della conferenza di pace russo-giapponese del 1905. Tre anni dopo, nel 1908, Chan è inviato al terremoto di Messina e firma reportage di grande forza sulle baracche fradice costruite dopo il sisma di tre anni prima. Scrive anche di cronaca mondana: sulle ereditiere americane convolate a nozze con nobili italiani spiantati, o sulla soprano Ada Botti Giachetti, amante di Caruso, che lascia il tenore per un giovane amante, portandogli via denaro e gioielli. E’ un altro scoop. Nel 1909, Chan svela i retroscena dell’uccisione di Joe Petrosino, incontrato pochi giorni prima d’imbarcarsi per gli Usa, uscendo dall’ufficio dei corrispondenti esteri di Piazza San Silvestro a Roma.
Chan va e viene dall’America, diventa corrispondente dell’United Press, scrive di D’Annunzio, Toscanini, del processo Cuocolo. Durante lo segue in ogni articolo fino a quando la censura di guerra voluta da Cadorna in persona non imbavaglia i giornalisti. Lui riesce a schivala trasmettendo avventurosamente i dispacci via Svizzera, cosa che farà anche dopo la guerra ’15-’18 e fino all’instaurarsi del regime fascista. E’ allora che farà il suo scoop più importante, mettendo a disposizione del suo nuovo capo al Chicago Tribune, George Seldes, i memoriali di Rossi sulle colpe fasciste nel delitto Matteotti. Lo scoop gli sarà fatale e gli costerà un arresto, maltrattamenti e complicazioni che lo porteranno alla morte.
Non meno avvincenti e ricche sono la vita e la professione di Camille Maximilian, detto Cian, spiato dal regime e titolare d’innumerevoli fascicoli dell’Ovra come presunta spia americana. Nonostante ciò, Cian va alla guerra da inviato, partecipa a eventi pubblici, è il solo giornalista Usa all’incontro Hitler-Mussolini del Brennero. Ha un’intensissima vita mondana e una fitta rete di relazioni sociali che gli propizia scoop come la scoperta della tomba di San Pietro e l’amore tra Rossellini e la Bergman. Il 20 luglio s’imbarca sull’Andrea Doria e muore, invidiato dai colleghi che lo vedevano come sempre “sul pezzo” ed erano certi che avrebbe mandato il servizio. Francesco Durante, nel ricostruirne la vita, ha anche cercato la “miracle girl”, la figlia imbarcata con lui e sopravvissuta all’affondamento. Né ha risparmiato fatiche, viaggi, notti insonni, con l’assoluto amore per le fonti unito al gusto e all’arte del racconto qui dispiegati a piene mani, che danno la misura di quale intellettuale unico abbia perso, con lui, la cultura italiana. Ma poi, di quanto abbiamo perso tutti noi.

Di Titti Marrone

 

 

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