Carlo Lucarelli intervistato da Titti Marrone

13 Settembre 2022

Settembre 2022 – Librellula n° 12

Proviamo a fare un gioco. Prendiamo uno dei big del giallo italiano contemporaneo, scelto tra gli ospiti del Festival organizzato a Napoli da IoCiSto. Uno che, come Carlo Lucarelli, abbia attraversato il giallo in tutte le sue possibili declinazioni passando dal thriller al noir al poliziesco al seriale all’esoterico. Contaminandolo con la cronaca nera e con la fiaba, rappresentandolo in forma di teatro, cinema, fumetto. Ci sta Lucarelli a immaginare di avere come interlocutore un lettore un po’ spocchioso, molto intellettuale, convinto che si tratti di un genere “basso”? Uno che i gialli li legge quasi in segreto, come se si trattasse di un dirty pleasure, un piacere un po’ trucido, di cui vergognarsi? Uno un po’ come Raymond Aron, che tutt’al più concedeva al giallo di essere “un intruglio non sgradito agli intellettuali, anche ai più geniali”? Ci sta Lucarelli a immaginare che cosa direbbe a uno così, per demolire i suoi pregiudizi?

Come dire: io ci sto. E allora, a un tizio così potrei inanellare un lungo elenco di estimatori, a partire da Gramsci, che da cultore della letteratura popolare, di gialli era un grande appassionato. Subito dopo passerei ad elencare Friedrich Glauser, il grande scrittore svizzero per il quale il giallo era un ottimo modo per dire cose sensate, e ancora potrei citare Umberto Eco. Ma preferisco saltare le citazioni e passare a dire, semplicemente, che il giallo è un ottimo modo per raccontare storie importanti con un’efficacia narrativa che funzioni. Già, perché la letteratura deve includere anche funzionalità. E una storia, per raggiungere tutti, deve avere un buon meccanismo di funzionamento. È questo il presupposto che la rende accessibile a tutti, quindi popolare.

Allora, sfatiamo un altro radicato pregiudizio: che “popolare” equivalga a “privo di qualità”.

Per carità, assolutamente falso. Faccio un esempio: a partire dal 1931 la collana dei Gialli Mondadori prese a sfornare un libro ogni 15 giorni. E mia madre diventò una persona che leggeva un libro ogni 15 giorni. Se è vero che la lettura fa crescere, e che da un libro si passa ad un altro, da un genere si spazia verso un altro, dobbiamo riconoscere quanto bene abbia fatto quel tipo di collana alla lettura. Quanti lettori forti abbia prodotto, poi passati dal giallo a Tolstoj e Kaflka.

Napoli sembrerebbe avere in questo momento il record di giallisti. Il libraio di Iocisto, Alberto Della Sala, ne ha contati una settantina. Ed oltre a essere uno dei due colori “civici”, con il rosso, il giallo napoletano inteso come genere letterario, che ha come maggior esponente il padrino del festival, re delle classifiche e delle fiction, Maurizio de Giovanni, ha radici antiche. I primi gialli risalgono a Francesco Mastriani e Matilde Serao. Come si spiega che Napoli generi tanti giallisti?

Le ragioni sono tante. In primo luogo Napoli è una metropoli complessa, e i gialli delle origini nascono appunto nelle grandi città. Inoltre è un luogo ricco di contrasti e contraddizioni, l’ideale per sviluppare storie avvincenti. Poi qui, più che altrove, risalta un lato oscuro e misterioso anche nella quotidianità, anche al di là delle dinamiche di tipo criminale. Per finire, la vitalità culturale della città, così variegata, si presta magnificamente a sollecitare gli autori di gialli. Se cediamo al punto di vista dell’intellettuale spocchioso, concluderemo che il giallista scriva per stimolare la fantasia popolare, ma se guardiamo al giallo al di là della semplificazione di genere, e ne cogliamo tutta l’ampiezza di rappresentazione dell’interiorità e del mistero umano, sarà più chiaro come mai una città come Napoli non può che esprimere tanti talenti di giallisti. Per un bel po’ di tempo alcune realtà sono state penalizzate dal fatto che la metà oscura di un luogo sia stata appannaggio della malavita: camorra a Napoli, mafia a Palermo, ma criminalità organizzata anche a Bologna. Per un giallista era difficile non passare di lì, ma noi tutti i narratori di gialli abbiamo lottato a lungo contro questo tipo di cliché. E oggi in molti raccontiamo il lato oscuro di Bologna, Napoli, Palermo e delle altre città senza passare attraverso quegli stereotipi.

Intrecci, personaggi, luoghi: come li costruisce un giallista che ha dimestichezza con tutte le nuances del genere?

Tanto per cominciare, ho sempre pensato che, ridotto all’essenziale, il giallo altro non sia che un certo modo di raccontare le cose. Mia madre mi passava i libri, quando ero ragazzo, senza dirmi di che genere si trattasse. Perché le era piaciuto e basta, sia che fosse di Dostoevsky o che si trattasse di una storia romantica. Fin da piccolo mi sono accorto che mi piacevano le storie che non svelavano tutto subito, ed ho capito che il giallo è appunto un certo modo di narrare le cose. Alle mie figlie bambine raccontavo, con vocione greve: c’era un bosco, c’era una bambina, era notte, e loro si spaventavano per il tono della mia voce. Ecco, è con quella stessa voce che narro le mie storie, che mi arrivano in vari modi. In genere, quando incontro una storia che me ne fa venire in mente un’altra. Ad esempio, lessi sul giornale di un gruppo di 11 immigrati cinesi tenuti a lavorare a Bologna in un seminterrato, come schiavi. Quella notizia mi ispirò e ne nacque Febbre gialla. Dopo aver trovato la storia, cerco i personaggi più adatti a raccontarla con me. I miei personaggi sono come un parco di amici.

La voglia di scrivere un giallo ambientato a Napoli c’è?

Non conosco la città così bene da poterne scrivere, e abbiamo appena detto che qui non mancano gli amici giallisti capaci di raccontarla al meglio: noi siamo uniti, come fossimo una grande famiglia. Occasioni come quella del festival del giallo organizzato a Napoli da IoCiSto è preziosa anche per ritrovarci. Sono certo che questa rassegna crescerà e si radicherà fortemente, e chissà, a furia di tornare per le successive edizioni, potrebbe essere che venga voglia anche a me d’inventarmi una storia qui. Per adesso, mi limito a fare il lettore dei miei amici napoletani”.

Titti Marrone

 

La sinossi di Léon

Bologna, Ospedale Maggiore. Grazia Negro è ancora stordita dall’anestesia per il cesareo eppure sorride. Finalmente, a dispetto di tutto, è quello che ha scoperto di voler essere: una madre. Basta con le indagini, basta con i morti, basta con la caccia ai mostri. È felice. Ma un attimo dopo capisce che qualcosa non va. Un’infermiera le porta via la culla con le gemelle appena partorite, mentre un agente spinge il suo letto fuori dalla stanza. L’Iguana, il pazzo assassino che anni prima aveva preso di mira gli studenti dell’università, è scomparso dalla struttura psichiatrica in cui era detenuto, lasciando due morti dietro di sé. Era stata Grazia a catturarlo. Per questo trasferiscono lei e le bambine in un luogo segreto. E per questo conducono lí anche Simone, il suo ex compagno, il giovane non vedente che l’aveva aiutata nell’indagine. Però non è sufficiente. Ci sono zone buie, in questa storia, che nascondono sorprese molto pericolose. Nessuna fra le persone coinvolte nel caso è al sicuro.

Titti Marrone: ha scritto sul “Mattino” di Napoli dal 1980 al 2012, poi sull’Huffington Post. Si è occupata di teatro, storia delle idee, letteratura e politica, ha insegnato dal 1996 all’Università storia e tecniche del giornalismo. Negli anni Ottanta la sua ricerca si è focalizzata sulla storia del Mezzogiorno (Riforma agraria e questione meridionale, De Donato 1981). Ha scritto inoltre: Il mestiere di regista teatrale (Marcon 1992); Controluce (Pironti 1995) insieme a Gustaw Herling (ripubblicato nel 2022 da Marotta e Cafiero); Il sindaco (Rizzoli 1996); Meglio non sapere (ultima edizione Laterza 2013). Con Mondadori ha pubblicato Il tessitore di vite e Questo bimbo a chi lo do (2013). Nel 2019 ha pubblicato La donna capovolta (Iacobellieditore) e nel 2022 Se solo il mio cuore fosse pietra (Feltrinelli).

Iscriviti alla nostra Newsletter per ricevere la Librellula e restare aggiornato sulle ultime novità, le iniziative e gli incontri di IoCiSto.