Fame d’aria, le reazioni molto intime al libro di Mencarelli di Federica Flocco

26 Febbraio 2023

Febbraio 2023, Librellula n° 16

Abbiamo riflettuto a lungo se era il caso di pubblicare o meno un commento così personale ed intimo al nuovo libro di Daniele Mencarelli. Poi ci siamo ricordati che due anni fa, quando parlavamo del “giornalino” che volevamo realizzare, ci immaginavamo proprio qualcosa che provasse a trasmettere la passione per la lettura, ovvero quanto un libro possa incidere sul nostro modo di vivere e di sentire, sulla quotidianità, sul nostro vissuto, anche il più doloroso. Per cui, direbbe Federica, “ecco qua”…

 

Ho due giorni terribili, nella mia vita. Il giorno in cui è morto mio figlio e il giorno in cui l’ho sotterrato. Uno strazio che, volente o nolente, si perpetua da ventisette anni e non trova pace con niente, se non nel pianto. Quest’anno però ho deciso che doveva essere diverso. Nulla di meditato, forse più una sensazione.

È che sto seguendo il TFA di sostegno per potermi specializzare e insegnare con le dovute conoscenze e competenze e, il libro di Daniele Mencarelli, il cui protagonista è il papà di un ragazzo autistico, “un autistico grave, a basso, bassissimo funzionamento, si piscia e si caca addosso”, mi chiamava come una sirena. Leggimi, che potrei servirti, leggimi che potresti trovarti lì dentro. Leggimi, perché la lettura è conoscenza ed elaborazione, è farti entrare nella storia da attore e non da spettatore, è un adattamento totale ed emotivamente unico. Leggimi e diventerò parte di te.

Non ne avevo voglia. La lettura, alla fine, è anche distrazione. Quel mio lutto, invece, io lo devo vivere ogni anno fino in fondo, ripercorrendo l’oscenità di quella lenta scarnificazione, che mi lasciava senza pelle, la sera prima di andare a dormire, e che mi ritrovava ricostruita e sana per una frazione di secondo, il mattino dopo. “Intera” in quell’unico momento, l’attimo tra il sonno e la veglia, quando tutto sembrava non esserci, neanche mio figlio, neanche il dolore. Un attimo di pace e poi, di nuovo, aprivo gli occhi e si ricominciava.

Non si dimentica mai, semmai ci si abitua al dolore, s’impara a convivere, si fa altro. Anche altri figli. Si ricomincia lentamente e sembra impossibile, ma poi la vita vince e la pelle ritorna a crescere, gli avvoltoi che ti beccavano senza sosta trovano un’altra preda su cui accanirsi e tutto inizia ad apparire addirittura fattibile. Anche vivere. Anche vivere con il sorriso. Fino alla prossima, ma questa è un’altra storia.

E dunque, tornando all’inizio, è come se ogni anno, in quei due maledetti giorni lì, il mio inconscio mi dicesse che glielo devo a quel figlietto che non ha avuto niente, né madre né padre, né famiglia. Che se n’è andato prima ancora di farsi conoscere, di farmi impregnare del suo odore. Un debito da pagare. Un tributo da onorare. O forse semplicemente mancanza e dolore chiusi in un rito. Anno dopo anno dopo anno.

Invece, la notte di questa vigilia di dolenza, ho iniziato a leggere “Fame d’aria”. Ed è stata come l’esplosione di una bomba tra i miei perché. La torre delle afflizioni in mille pezzi; rammarichi, disperazioni e tristezze sparsi ovunque; il muro dell’amarezza infranto. Al centro un unico buco e far entrare la luce.

Quando la mattina mi sono alzata, ho capito subito di essere diversa.

Mamma stai bene? Mi ha chiesto mia figlia. Certo perché? Lei ha tossito. Perché oggi è oggi. Ho sorriso e ho guardato l’orologio e, come accade da ventisette anni, era l’ora esatta della sua morte. Ed io non piangevo, io stavo sorridendo a mia figlia.

Dopo un poco sono uscita per andare a pregare, sono passata prima a comprarmi un paio di scarpe con il tacco a stiletto che avevo adocchiato settimane prima. Oggi è il giorno giusto, mi sono detta. Fallo! Quindi, invece di andare a piangere davanti alla statua di quella madre che conosce il mio dolore, sono entrata in una basilica sconosciuta, ho guardato il Cristo in croce e ho reso grazie a Dio, alla mia fortuna, a questo destino che me l’ha tolto per regalarmi tre figli bellissimi e una vita senza umiliazioni. Per lui. Per loro.

Grazie, gli ho detto. Grazie DIO.

E sono uscita dalla chiesa che mi pareva di stare su una nuvola. Il cambio di paradigma che non dovrei dimenticare per il resto della mia vita. Quello che avevo cercato di mettere a fuoco negli anni, circondata da tanta bellezza, ma che era offuscato dal risentimento. Io mio figlio lo avrei voluto comunque.

Non me lo togliere Dio, ti prego, non me lo togliere, comunque vada, comunque sia.

E dopo la disperazione della sua morte, la domanda delle domande. Perché?

L’ho sempre saputo di essere una donna fortunata. L’ho sempre saputo che tutto era come un regalo. L’ho sempre saputo che se fosse andata diversamente, sarebbe stata una condanna più che un regalo. E lo dicevo eh, mica stavo zitta. Lo dicevo a me stessa e agli altri, ma senza convinzione. Forse perché, alla fine, non lo volevo. Non lo vedevo. Non lo credevo. E ho vissuto nel livore nonostante la mia anima mi portasse altrove perché io, quel dolore lì, non la morte, non il vuoto, non la mancanza, no, proprio quel dolore, io non lo meritavo. Non me lo meritavo quel buco in petto, quel vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto, quella stanchezza di esistere nonostante.

Leggere il libro di Daniele Mencarelli ha comportato assistere da spettatrice alla mia personale rivoluzione copernicana.

Un libro. Un insegnamento. Una visuale diversa. Finalmente la risposta a quel “Perché“ che mi ha tormentato per un quarto osceno di secolo.

Mio figlio, se fosse sopravvissuto alla sua fame d’aria, sarebbe stato come Jacopo, il protagonista del libro di Daniele, anzi, addirittura peggio, un vegetale cui avrei regalato l’inferno in terra. E allora grazie Dio, per questa vita che mi hai tolto, per quest’assoluzione da questa terribile condanna, grazie per avermi donato ciò che ho, per avermi permesso di goderne. Per avermi insegnato a credere in te, per aver capito. Grazie!

Perché si può arrivare a ringraziare anche per la morte di un figlio.

Ecco cosa è stato per me “Fame d’aria”, non la scoperta, figuriamoci se non lo sapevo già, ma la resa dei conti al fatto che se ti volti, dietro, davanti, intorno a noi, il dolore è talmente tanto e diversificato e impossibile e ingiusto che, non puoi che dire grazie a questo Dio che ci ha fatti così imperfetti e ci ha voluto così vincibili, ma che alla fine, ci lascia sempre trovare la strada per la sopravvivenza e poi per le felicità future.

GRAZIE DIO!

Federica Flocco

Federica Flocco – Laureata in giurisprudenza, giornalista pubblicista, scrittrice per passione, ballerina per amore, si è diplomata in tecnica jazz, insegnandola per anni, prima di diventare madre di quattro figli. Ha iniziato a lavorare con i libri nel 1998 scrivendo recensioni per un quotidiano partenopeo, acquisendo così, una conoscenza profonda dell’editoria campana. Dal 2008 collabora con Canale 21, una emittente televisiva regionale, per la quale cura la rubrica “Il libro della settimana”. E’ stata presidente e membro di giuria di numerosi premi artistici e letterari. Ha pubblicato Mia (Alessandro Polidoro Editore, 2016), Il coraggio di Amadou (Ellepiesse edizioni, 2018) e, con Tiziana Beato, Fino alla radice (Intrecci, 2021).

 

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