Il filo dell’orizzonte, di Antonio Tabucchi

25 Marzo 2020

Il protagonista di questo romanzo breve (poco più di cento pagine) è Spino, un uomo presumibilmente più che quarantenne, che lavora all’obitorio di un ospedale – come cosa? Responsabile, medico legale, infermiere? -, nel centro storico degradato di una città di mare che quasi sicuramente è Genova.
Spino ha una fidanzata, Sara, che vorrebbe passare a prenderlo a fine turno; ma il vicolo è abitato da prostitute, protettori e bande di topi aggressivi, eccitati più del solito forse proprio dalla presenza dell’obitorio.
Una mattina arriva il cadavere anonimo di un giovane ucciso in una sparatoria.
La polizia archivia rapidamente il caso, ma inizia, come un’ossessione, l’indagine personale di Spino.
A questo punto tutto farebbe pensare al prologo, alle mosse iniziali di un “giallo”, di un poliziesco, all’inchiesta di uno dei tanti commissari, poliziotti, giornalisti, avvocati, di cui è piena la nostra letteratura recente.
Invece l’investigazione di Spino non ha indizi da scoprire o assassini da arrestare; non c’è una vicenda poliziesca da risolvere, un plot da sbrogliare; non c’è thrilling né un particolare coinvolgimento emotivo del lettore.
L’inchiesta è una scusa per Tabucchi per raccontare qualcosa di più profondo, quello che gli sta più a cuore: l’indagine di Spino diventa indagine su se stesso, sull’esistenza, sul senso delle cose, sul destino dell’uomo, sul rapporto causa-effetto che determina le cose.
Ed è una ricerca inevitabile, ma insensata, perché l’obiettivo, come Il filo dell’orizzonte, si sposta e avanza all’avanzare di chi lo osserva.
Una scena chiave per capire come il protagonista si appropria dell’identità del ragazzo ucciso è quella in cui Spino incontra, in una specie di osteria, un amico musicista, Harpo, per mostrargli la foto del ragazzo, nella convinzione che lui possa dargli qualche informazione.
Harpo chiede: “Ma chi è lui per te? È uno sconosciuto, non conta niente nella tua vita”.
E Spino gli dice: “E tu? Tu chi sei per te? Lo sai che se un giorno tu volessi saperlo dovresti cercarti in giro, ricostruirti, frugare in vecchi cassetti, recuperare testimonianze di altri, impronte disseminate qua e là, perdute? È tutto buio, bisogna andare a tentoni”.
Il filo dell’orizzonte non è una delle opere fondamentali di Tabucchi. Resta però un romanzo di grande eleganza, adagiato tra il lirismo di Sara e l’impressionismo della città di mare, condito con un pizzico di ironia e di sarcasmo, reso raffinato e ricercato da quel pullover esistenzialista, che è forse l’aspetto più rilevante di tutta la poetica di Tabucchi.
Eccovene un esempio nella riflessione di Spino: “E ha pensato che c’è un ordine delle cose e che niente succede per caso; e il caso è proprio questo: la nostra impossibilità di cogliere i veri nessi delle cose che sono, e ha sentito la volgarità e la superbia con cui uniamo le cose che ci circondano.”

Di Gigi Agnano

 

 

 

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