Il treno dei bambini, di Viola Ardone

20 Ottobre 2019

Qui si racconta di miseria e dopoguerra nei vicoli di Napoli, dove si sussurrava che i comunisti mangiassero i bambini e invece quelli cercavano di sottrarli alla fame. E sembra una favola, ma è una storia vera raccontata più volte. Per esempio, anni fa dalla saggista Giulia Buffardi. E’ la storia di quando, nel 1946, un gruppo di giovani intellettuali comunisti pensò una cosa che oggi può suonare a dir poco singolare: che fare politica fosse volgere lo sguardo a chi stava peggio. A Napoli, ai bambini vestiti di stracci con le scarpe bucate e le pezze al sedere. Così nacque il Comitato per la salvezza dei bambini che, tra il 1946 e il 1954, mise sui treni tra i 10 e i 12mila scugnizzi e li mandò a stare in famiglie della Romagna, della Toscana, dell’Umbria, della Bassa padana. Senza tante chiacchiere né clamori si organizzò così un intervento solidarietà sociale straordinario. Ed è una bella, bellissima notizia che quella storia vera sia diventata un caso letterario grazie al romanzo di Viola Ardone che prima ancora di uscire, all’ultima fiera di Francoforte, già era conteso tra editori vari. Perché l’efficacia evocativa della narrazione romanzesca è veicolo decisivo per fissare e allargare la conoscenza di una storia così densa e importante. Affrontarla in chiave letteraria non era affatto facile, visto il rischio della “storia edificante” con annessa retorica a cui sarebbe naturalmente esposta. Viola Ardone ci riesce grazie all’apparente contrasto fra una lingua narrativa a tratti neorealista e un andamento da favola. Come voce del racconto sceglie Amerigo Speranza, che ha “sette anni finiti”. E qui ha dovuto misurarsi con l’insidia del patetismo dickensiano annodato alle storie di bambini. Anche questo pericolo è evitato in virtù della forza del racconto evidente fin dalla prima pagina, quando vediamo come in un’inquadratura filmica Amerigo che cammina appresso alla madre stando attento alle scarpe della gente. “Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto; senza scarpe: zero punti; scarpe nuove: stella premio”. Lui di nuove non ne ha mai possedute, ma a un certo punto ne avrà un paio di fiammanti, lucide, però purtroppo strette, cosa che non dirà temendo che gli vengano tolte. A dargliele saranno “i comunisti” che con Tommasino, Mariuccia e altri del vicolo lo portano sul treno diretto a Bologna. Il racconto prende qui un andamento più favolistico ma con grande abilità l’autrice vi fa lampeggiare presenze storiche reali, viste però con gli occhi del bambino: quelle dei giovani organizzatori dell’impresa del treno. Maddalena Cerasuolo (qui Criscuolo) che evoca come in un sogno quattro gloriose giornate, Maurizio Valenzi che fa uno schizzo di Amerigo e Tommaso, “uno secco e lungo, con le lenti”, cioè Gaetano Macchiaroli. A un tratto appare per un attimo perfino Guido Piegari. Per il bambino, già loro sono un altro mondo rispetto al vicolo e ai suoi personaggi, come la Zandragliona, la Pachiochia, Capa ‘e fierro. Fanno e dicono cose assai diverse dalle attività familiari a Amerigo, come per esempio “pittare di bianco e marrò con la vernice per le scarpe” le zoccole e venderle come criceti agli ufficiali americani, prodezza questa a cui si dedica con l’amico Tommaso. Il vero altro mondo sarà però quello che aspetta Amerigo all’arrivo a Modena. Lì il “chianchiere” si chiama macellaio, il “verdummaro” è il fruttivendolo e nessuno taglia le mani o la lingua ai bambini, come diceva la Pachiochia, ma le famiglie li accolgono, li sfamano, li mandano a scuola. A lui, regalano la scoperta di un talento musicale preziosissimo ma anche i turbamenti dell’impossibilità di tornare indietro, al suo mondo di prima. E qui, nel narrare gli anni a venire di Amerigo e il rapporto con la madre, Viola Ardone fa fare alla storia una giravolta inattesa che rompe gli schemi, turba e commuove. Da grande narratrice

Di Titti Marrone

 

 

 

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