Keyla la rossa, di Isaac B. Singer

5 Marzo 2020

La chiave di questo libro straordinario sta nella rottura degli schemi della letteratura ebraica ufficiale, nello scandalo di aver violato il registro elegiaco rappresentando il lato oscuro della vita ebraica nell’Europa orientale e negli slums degli immigrati in Usa dei primi del ‘900. Fornendo nel racconto non un’idillica visione di villaggi orientali popolati da moltitudini povere e pie, ma la rappresentazione realistica di un mondo dove ai devoti rabbini si sovrappongono, travolgendoli, ladri, prostitute, avventurieri, usurai, ricettatori, cospiratori, organizzatori di tratte di donne ebree. Ma più che accanirsi su retroscena che solo lo scrittore scomparso nel 1991 avrebbe potuto svelare, vale la pena godersi l’incanto di una scrittura fantastica, antica e insieme modernissima, il realismo intessuto di magia con cui ritrae la vita nei quartieri ebraici prima a Varsavia, poi nella terra promessa (in versione prosaica) della diaspora, gli Usa.
È il 1911, siamo nel ghetto di una Polonia nevosa e miserabile scossa dai contraccolpi della rivoluzione russa del 1905. La città è la stessa del protagonista de “La famiglia Moskat”, la Varsavia che “aveva intessuto intorno a lui le reti misteriose dell’amore, della speranza, della felicità”, e perfino nella medesima via Krochmalna, dove Singer visse dai 3 ai 9 anni e che fu sua permanente fonte d’ispirazione. Giganteggiano, nella prima parte, due personaggi straordinari. Keyla, 29 anni, prostituta per necessità che scopre in sé un’inclinazione al mestiere già a 9 anni, è bellissima e in ogni uomo suscita, con la chioma fiammeggiante e gli occhi verdi brillanti, desideri corrisposti con slancio. Beve molto, è religiosissima e nonostante tutto vorrebbe essere osservante di ogni precetto ebraico. È sposata con il seducente furfante Yarma, nato nella città dei ladri di Piask ma in grado di leggere e scrivere in yiddish, avendo studiato in una yeshivah a Lublino. I due riscattano le angustie di una miserabile vita di espedienti tra grandi bevute e travolgenti incontri sessuali. Ma il loro ménage cambia quando sulla scena irrompe un altro personaggio di sfolgorante caratura, Max lo storpio, ex amante di Keyla e vecchio compagno di cella di Yarma che con questi si è adattato in una relazione omosessuale e di cui continua a essere infatuato. Max, avventuriero già diventato ricchissimo con certi suoi loschi affari, cerca di coinvolgere la coppia in un business che prevede di avviare ragazze alla prostituzione in Brasile, in case dirette da Keyla, che nel frattempo lui s’industria a violentare per rimetterle addosso il timbro del possesso. Con questi tre personaggi, Singer infrange diversi tabù, inserendo nella narrazione la circostanza, storicamente accertata, di un traffico di donne dagli shtetl dell’Europa dell’Est all’America Latina, e alludendo con forte carica ironica allo stereotipo dell’ebreo erotomane, infoiato e volentieri bisessuale.
Fantastici sono anche gli altri personaggi di via Krochmalna, come Itche il Guercio, primo amante di Keyla, Berta la Bastarda, in grado di procurare a chiunque ogni genere di servizi. La storia s’impenna quando Keyla si sottrae al ménage a tre e all’emigrazione con Yarma e Max, incontra Bunem, di dieci anni più giovane di lei, figlio del rabbino e fidanzato con l’anarchica Solcha, se ne infatua e insieme a lui fugge a New York. Qui troveranno ancora miseria, stenti, delinquenza, vivendo in una specie di nuova via Krochmalna. “Era tutto come a Varsavia eppure era diverso… Qui tutto sembrava alieno e ostile. Pareva che a New York tutti fossero solo di passaggio, come se l’intera città fosse un enorme scalo ferroviario in cui la gente si tratteneva per un po’ prima di trasferirsi altrove. Ma dove? In Giappone? In Cina? Su un altro pianeta?” Interrogativo che, come il finale aperto, accende i fari sulla condizione di erranza legata all’identità ebraica. Quella che non fece sentire mai a casa Isaac B. Singer, nemmeno quando nel 1935, come il personaggio di Bunem e alla sua stessa età, emigrò in America, nemmeno quando diventò premio Nobel. Perché la sua casa restò sempre in via Krochmalna, quella della nostalgia diventata mito letterario.

Di Titti Marrone

 

 

 

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