La donna capovolta, di Titti Marrone

4 Ottobre 2019

Recensire La donna capovolta equivale per me a ripercorrere un periodo personale particolarmente intenso e doloroso, con una sensazione a metà tra lo stupore e la conferma del valore talvolta catartico dei libri. Mi rendo sempre più conto infatti che, se arrivano nella nostra vita nel momento giusto, i romanzi possono avere lo straordinario potere di aiutarci a riflettere e rifletterci, elaborare e metabolizzare, appropriarsi e usufruire di una voce che ci racconta, meglio di quanto riusciremmo noi.

Titti Marrone ci regala la storia di due donne, Eleonora e Alina, apparentemente molto diverse e distanti, sostanzialmente molto più simili di quanto vogliano ammettere, perché accomunate da dolori, insicurezze, tradimenti e delusioni. I temi trattati sono molteplici e Titti riesce ad affrontarli tutti con grande maestria e con uno stile incredibilmente efficace, che oscilla tra l’ironico tagliente e il comico feroce.

Eleonora che affronta gli anni che passano, in quel passaggio delicatissimo che porta ogni donna a vivere la consapevolezza dell’ingresso in una nuova fase della vita, quella più fragile e temuta, quella in cui il tempo sembra accelerare e portarsi via certezze e speranze, per lasciar posto a rughe e inquietudini, insicurezze e timori. Elena che affronta il lento deterioramento delle condizioni mentali della mamma e non è inizialmente disposta ad accettarlo, vivendolo come un tradimento delle certezze, un evento destabilizzante che ha una serie di spiacevoli risvolti pratici, tra cui la necessità di ricorrere all’aiuto di una badante.

Alina, la badante appunto. Alina che svolge in Italia un ruolo a cui le circostanze della vita e del suo paese d’origine l’hanno costretta: laureata in ingegneria elettronica, appassionata di Dante, si occupa degli anziani, mortificando la sua cultura, la sua formazione, ingoiando rospi e forme più o meno manifeste di mancanza di rispetto da parte di chi, in una presunta superiorità ‘sociale’, si sente in diritto di disporre di lei. Le due donne si studiano, a tratti si detestano, si sfidano, vivono momenti di complicità e momenti di disprezzo, fino al colpo di scena finale che naturalmente non va rivelato per non rovinare il gusto della lettura.

Si riflette tanto leggendo questo libro. Ci si ritrova ora nell’una, ora nell’altra protagonista. Si pensa alla crudeltà di una malattia come la demenza che priva dei diritti più elementari. Ci si strugge e ci si ribella al sovvertimento di equilibri consolidati, ci si sente solidali, a tratti rabbiosi. Ci si confronta con il peso, talvolta insopportabile, che la cura di genitori non più autosufficienti comporta. Si riflette sul concetto di solidarietà femminile, sulla crudeltà delle differenze di classe. Ci si compiace di uno stile efficacissimo, di una profondità di scrittura straordinaria. Un libro prezioso. Da leggere e rileggere.

Di Maria Teresa Cudemo

 

 

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