Le altre, di Rossana Rossanda

22 Giugno 2020

«Quando, nell’ottobre del 1978, Enzo Forcella mi propose di tenere a Radiotre una dozzina di conversazioni per il ciclo Noi, voi, loro-donna sul rapporto fra donne e politica, avevo almeno tre ragioni per dire di no. La prima era la mia scarsa legittimazione a parlare di donne: non sono femminista oggi e non mi sono occupata di questioni femminili nel mio lavoro politico, che pur mi ha visto cacciare il naso un po’ dappertutto. La seconda è che, se il mio rapporto con il femminismo era dubbio e quindi la mia voce illecita, il mio rapporto con la politica, che non era dubbio affatto, stava venendo a una nuova stretta: nel 1969 ero stata cacciata dal partito comunista, nel 1977 avevo contribuito alla fine di una formazione impropria, quel Partito di unità proletaria per il comunismo che aveva tentato l’unificazione fra il primo manifesto e il primo Pdup, e nel 1978 era venuto il momento in cui ero io a parlare a vuoto, inascoltata, incapace di farmi capire. Tutto comprensibile, anzi da attendersi in anni così precipitosi; ma le mia ossa cominciavano a dolere. Terza ragione, non sapevo nulla di radio; il mio “mezzo” – come dicono in via Asiago – è la parola scritta, e benché non mi sia mai illusa che questa sia meno manipolatrice del microfono, conoscevo e partecipavo dell’idea che parlare dalle onde della Rai, infausta azienda di stato, fosse partecipare della manipolazione dei media, passare in qualche misura un contratto con il potere.
Tutte e tre queste ragioni per dire no erano altrettante tentazioni di dire sì. Prima o poi avrei pur dovuto affrontare questo rapporto con le mie sorelle di sesso, andare a vedere, espormi; smetterla di scappare. Prima ragione. Seconda e più complicata: se tentavo di vedere la mia vicenda politica con occhio sereno, senza coprire di eccessive colpe né me stessa né i compagni da cui mi è avvenuto di dividermi, non potevo non domandarmi il perché di questa tormentosa incapacità di lavorare assieme, tanto più paradassale quanto più è giovane l’istituzione, meno ha potere, e dichiara sinceramente l’intenzione di essere diversa. Facemmo Il manifesto rimproverando al PCI di non sapere reggere una contraddizione interna, ma non sapevamo reggerla neppure noi. Sicuramente, mi rispondevo, perché ci attraversano come coltelli i nuovi fronti del conflitto, chi di qua, chi di là questo è un terreno che mi è familiare, ne conosco il fando. Ma non anche una rigidità e fragilità, più acute d’un tempo, del “modo di essere” dei partiti, di quelle tecniche che sono loro proprie e sembrano inevitabili, pena l’impossibilità di decidere e muoversi? Questa è un terreno incerto, sabbie mobili, continuamente evocate dal 1968 e che avevano inghiattito più d’uno, tarnatosene a casa. Su questo erano le intrattabili donne del femminismo a portare la testimonianza più ostinata, il dito aggressivamente puntato su tutti i partiti, assenti o silenziose – tutte cose che mettono il politico fuori di sé, avevano messo anche me in furore, ma forse mi segnalavano, a gesti, una strada. Volevo andar a vedere.
E infine la terza ragione, l’uso della radio, era semplicemente la voglia di provare una cosa nuova; cambiare, misurarmi con un diverso destinatario, rischiare la più unilaterale delle comunicazioni unilaterali. Così è successo che dal navembre del 1978 al febbraio del 1979 ho parlato da Radiotre tutti i martedì alle dieci, non senza affanno e con molte incertezze. Un solo messaggio intendevo mandare, ma provacatorio, mentre da tutte le parti, dietro ai profili di chi celebra i funerali del marxismo, vedo spuntare vecchie e nuove empirie, questo vale quella, destra eguale sinistra, torniamo ai fatti nostri e patteggiamo con tutti, noi stessi per primi: che a me il vecchio Marx serve ancora, che la storia corre, non precipita in indecifrabili schegge; e questo mi va bene, grazie, anche se confesso di avere il fiato un po’ grosso. Affermazione inopportuna, risibile, fuori quadro. Appunto quel che volevo fare e ora racconto.»

 

 

 

 

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