Lessico femminile, di Sandra Petrignani

10 Gennaio 2020

È un canone potente, insolito e sorprendente quello composto dal caleidoscopio di voci letterarie costruito da Sandra Petrignani. Potente perché esplora con scrittura di narratrice e insieme di critica letteraria “il bandolo del nostro comune sentire femminile”. Insolito perché sa accordare il respiro della pagina letteraria all’esistenza di chi è nata donna. Sorprendente per come l’autrice, decisa a “capire qualcosa di più della mia stirpe”, si mette sulle tracce lasciate dalle scrittrici, anche scrutando l’immaginario dei maschi sul femminile. Ne viene fuori un libro che dice di noi, dello stare al mondo delle donne proiettato in innumerevoli raffigurazioni artistiche. Con i suoi libri precedenti, e soprattutto con La corsara, Sandra Petrignani ha abituato i suoi lettori a una tecnica espressiva in bilico tra letteratura e saggistica, da romanzo-fiume a più voci. Stavolta lo fa animata dall’intento di riparare a clamorose esclusioni, o disattenzioni, che hanno omesso o ignorato il sentire delle donne espresso letterariamente. A riprova di “quanto poco ha contato, nel corso della storia, la voce femminile”, poiché “l’umanità che dà la linea al mondo è perlopiù di genere maschile”. Mentre le figure di donne sono state per lo più “gregarie, umili, mai davvero trionfanti se non – a volte – nella cattiveria”. Allora, da “lettrice selvaggia” di stirpe femminile, tira giù dalla sua libreria interiore i testi “sottolineati, appuntati, deformati”, di quelle che hanno lasciato un segno in lei, in noi: da Nina Berberova a Jane Austen, da Virginia Woolf a Natalia Ginzburg, da Marguerite Duras a Elsa Morante, e ancora Fabrizia Ramondino, Anna Maria Ortese, Joyce Carol Oates, Sylvia Plath, Toni Morrison, Karen Blixen, Hannah Arendt, le due Marguerite, Duras e Yourcenaur, più altre ancora. Ne ricava un Lessico femminile scandito da parole-chiave, e la prima è “Casa (pulita)”: vi spiccano la fattoria africana di Karen Blixen, la casa napoletana di Fabrizia Ramondino, il “torvo amore per i lavori di casa” di una Ginzburg assediata dal disordine dei figli sessantottini, la casa-cenacolo di Bloomsbury in Gordon Square, dove Virginia e Vanessa Woolf scardinavano le convenzioni sociali. E poi, in un percorso ellittico e personalissimo, in “Cose (insignificanti)” si parla di lavori domestici a volte sbrigati nelle pause della stesura di un romanzo (in Atwood) o anche, in Oates, come “mezzo psichico di distrazione dal dolore”. Ovviamente nominando i sentimenti – in “Amore (Inventato)”, in “Relazioni (pericolose)” e in molte altre pagine, emerge il diverso sentire dagli uomini delle donne cui, per dirla con Francoise Sagan, “piace far romanzo”. Ma la parola non esplicitata però presentissima, in ogni parte del lessico, è “libertà”, approdo ultimo del canone di Sandra Petrignani che assume la letteratura a mo’ di chiave di lettura della vita e del mondo.

Di Titti Marrone

 

 

 

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