L’uovo di Marcello, di Bruno Damini

17 Settembre 2019

Le cipolle fatte sfrigolare in scena da Pupella perché Eduardo voleva che se ne sprigionasse il profumo. La Simmenthal di Leo De Berardinis, divorata con Carlo Quartucci nel camerino. L’acquolina in bocca di Luca De Filippo davanti alla zuppiera di veri ziti al ragù in Sabato, domenica e lunedì. E poi le uova al tegamino di Mastroianni, troneggianti sulla copertina de L’uovo di Marcello (Minerva, pagg.220, euro 16,90). Ecco un libro che, in tempi di autentica ossessione condivisa per il food, ci ricorda gli anni non lontanissimi in cui molti italiani avevano più dimestichezza con la fame che con gli chef. Un’emergenza fisica primaria ma anche un paradigma, uno stato d’animo connesso alla precarietà, alle incognite e gli stenti della vita dei teatranti agli esordi. E specialmente in questa seconda accezione ce ne parla l’autore del libro, Bruno Damini, coniugandola con una dimensione assai contigua esplicitata nel sottotitolo: “Fame e fama dalla voce di grandi attori”. E raccontando entrambe attraverso interviste a 21 protagonisti del teatro, Damini traccia un affresco insolito e divertente, con inediti racconti sulla durezza della gavetta degli artisti, sui loro sogni giovanili ma anche su molti aspetti poco noti della storia teatrale italiana. “Quando io ho cominciato” racconta Marcello Mastroianni “in camera mi facevo le uova al tegamino usando il coperchio del lucido Brill, non so neanche se esiste più. Mettevo un pezzo di ovatta e poi l’alcol e sopra il tegamino che mi ero portato da casa e ci sbattevo sopra due uova.” Ma se la fame è elemento identitario nel teatro, dalla Commedia dell’Arte in poi, in quello napoletano assurge a dimensione atavica con Petito e Scarpetta, cosmica in Viviani e Eduardo, dove si svela l’estremo paradosso dell’impossibilità di saziarla. E se c’è una scena che la racconta meglio di tutte, è quella con Totò che balza sul tavolo e si scaglia sulla zuppiera di spaghetti ghermendoli con le dita poi, all’arrivo di un importuno, scantona fuori dal copione scarpettiano e s’inventa il colpo di teatro: infilarsene una manciata in tasca. Più delle litanie lamentose sullo stomaco vacante di Pulcinella, più di qualsiasi vieto oleografismo intriso di napolitudine, il gesto geniale di Totò durante le riprese del film Miseria e nobiltà diretto da Mattoli mette in scena la forza creativa, il potere evocativo della fame. Ne parlano a più riprese i personaggi intervistati da Damini, come Carlo Giuffrè che ai tempi dell’Accademia a Roma, frequentata con Gianrico Tedeschi, racconta: “Andavamo a mangiare alla mensa dell’Onarmo e facevamo la coda per pigliare la zuppa, il pane”. Giuffrè rievoca anche un poco noto atto di generosità di Totò: nel 1958, commosso per la morte di un giovane attore suo protetto, Nicola Maldacea nipote del famoso macchiettista, mandò alla vedova un assegno di sei milioni di lire, accompagnato da una damigiana di olio e molti chili di pasta. A ricordarci quanto centrale fosse la fame in tutto il teatro di Eduardo, da Napoli milionaria a Le voci di dentro, è la bella intervista con Luca De Filippo. Che racconta di quando Lawrence Olivier, con la moglie Joan Plowright venne a Napoli e suo padre volle preparare un pranzo con le sue mani. “Fu davvero uno spettacolo che Eduardo allestì per loro, per fargli capire che cos’era un pranzo napoletano, con il ragù della domenica. Fece proprio una rappresentazione, la preparò la settimana prima. Abbiamo fatto pure le prove!” Si poteva mai sfigurare con il grande attore inglese?

Di Titti Marrone

 

 

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