Notturno indiano, di Antonio Tabucchi

28 Marzo 2020

Immaginiamo di entrare nello studio di uno scrittore scomparso: apriamo un cassetto della scrivania e troviamo fogli sparsi, degli appunti di viaggio, qualche foto e delle cartoline dell’India con l’inchiostro sbiadito. Proviamo ad assemblare il tutto, a dare una sequenza logica e temporale, a mettere in ordine; e scopriamo che quelle pagine hanno un esile filo conduttore: il narratore, Roux, va in India – tra Bombay, Madras e Goa – in cerca di un misterioso vecchio amico portoghese, di nome Xavier. Ma, così come sarà nel successivo Il filo dell’orizzonte del 1986 per il cadavere del giovane assassinato, Xavier rappresenta solo il pretesto per consentire a Tabucchi di raccontare una vicenda tutta interiore al protagonista, per descrivere un itinerario scavato nella sua mente. Vicenda ed itinerario che emergono da una condizione di dormiveglia o di trance, dove incontri, riflessioni, situazioni hanno un che di onirico, risultano sfumati, accennati, opachi, immersi in una penombra, una nebbia, una pressoché totale oscurità, da cui il titolo del racconto. L’India c’entra relativamente poco, se non per quella carica mistica, esotica, sensuale, che evoca nel lettore ulteriore mistero; o per far sì che il protagonista sia un estraneo, uno sradicato, un naufrago come l’amico che cerca e che si è perso. O ancora l’India è funzionale a raccontare l’estremo degrado della condizione umana. Una cornice però estremamente diradata. E il racconto è un “Notturno”: tutta l’azione, se di azione si può parlare, avviene nottetempo. Le immagini sono sfocate a causa della scarsa luce. Più facile avvertire delle voci, dei bisbigli, un’eco, i profumi. È una ricerca al buio, si procede alla cieca, a tentoni. È un “Notturno” per la musica di sottofondo, più Satie che Chopin, minimalista per il desiderio di essere essenziale, ancora una volta misteriosa, che trascura il superfluo, per porsi finalmente senza veli e purificata al cospetto dell’ascoltatore/lettore. Dice Tabucchi nell’introduzione: “Questo libro, oltre che un’insonnia, è un viaggio. L’insonnia appartiene a chi ha scritto il libro, il viaggio a chi lo fece”. E, come Il filo dell’orizzonte potrà sembrare al lettore di sinossi un “giallo” senza esserlo, così Notturno Indiano, nonostante l’indice dei luoghi riportato in premessa, non rientra nei canoni della letteratura di viaggio. Il viaggiatore narrante non cerca né l’India, né l’amico perduto, ma se stesso, ancora una volta se stesso, come in tutta l’opera di Tabucchi.

Di Gigi Agnano

 

 

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