L’occhio più azzurro di Toni Morrison

7 Agosto 2019

“Un paradiso dove la razza non conta”.

Questa frase racchiudeva insieme il canone artistico, il sogno e la speranza di Toni Morrison, regale leonessa della narrativa statunitense e prima afroamericana premiata, nel 1993, con il Nobel per la Letteratura.

L’estate del nostro scontento letterario si è portata via anche lei, scomparsa ieri a New York all’età di 88 anni.

Ma niente potrà cancellare la dirompente forza espressiva di quel proposito, presente in tutta la sua opera: undici romanzi, cinque libri per bambini, due sceneggiature teatrali e un saggio, dedicati al recupero dell’identità dei “coloured” e della denuncia degli snodi d’intolleranza rischiosi per tutti e così frequenti nella storia dei neri.

Lei, che in realtà si chiamava Chloe Anthony Wofford ed era cresciuta in una famiglia della working class originaria dell’Alabama, ne aveva avuto del resto esperienza diretta ai tempi in cui lavorava come donna delle pulizie in casa di ricchi bianchi di Lorain, Ohio.

Delle diseguaglianze e del razzismo, Toni Morrison scrisse fin dal romanzo del suo esordio, L’occhio più azzurro: vi pose al centro come protagonista la piccola Pecola Breedlove, una bimba nera che sognava uno sguardo come quello di Shirley Temple, immortalato sulle tazze del latte dei bambini, arrivando a pregare Dio perché glieli facesse venire così.

Seconda di quattro figli, in una famiglia dove le risorse economiche scarseggiavano trovò comunque modo di leggere, appassionandosi a Jane Austen, Richard Wright, Mark Twain e cercando prima nella religione cattolica a cui si convertì dodicenne, poi nella parola letteraria l’ispirazione per combattere il pregiudizio razziale.

Riuscì a laurearsi alla Howard University, in Letteratura inglese, nel 1953, e alla Cornell University , avviandosi alla carriera accademica all’università del Texas.

Nel 1958 sposò un architetto giamaicano che le diede due figli ma da cui in seguito divorziò.
La svolta che l’avrebbe portata alla narrativa fu propiziata da un lavoro di editor alla Random House nel 1965 e dalla collaborazione con alcune riviste letterarie. L’occhio più azzurro (L’occhio più blu, nella recente edizione dei Meridiani Mondadori) , il romanzo che la svelò al pubblico, è del 1970, seguito tre anni dopo da Sula (Sperling&Kupfer), ambientato negli anni Quaranta, periodo nevralgico per la comunità afroamericana. Dopo romanzi come Il canto di Salomone (Bompiani), nel 1988 ottenne il Pulitzer per Amatissima (Frassinelli), ispirato alla storia vera di una schiava fuggita dal Kentucky, Margaret Garner, che uccise la figlia neonata quando stava per essere ricatturata, per evitarle una vita come la sua.
“Abbiamo il dono della parola, e da questo dipende il valore delle nostre esistenze”, disse agitando la criniera leonina alla cerimonia di premiazione dell’Accademia di Svezia.

E alla parola contro le discriminazioni ha dedicato l’ultimo insolito libro pubblicato in Italia un anno fa, L’origine degli altri (Frassinelli). Un’orazione civile, ricavata da una serie di lezioni sul tema, che rispondeva a domande basilari sull’origine del concetto di razza, sui pregiudizi e i motivi per cui gli viene attribuita tanta centralità.
La scrittrice, gran sostenitrice di Obama e ovviamente nemica giurata di Trump, non citava mai il nuovo presidente Usa ma elaborò in quel libro una bussola per orientarsi nel neo-razzismo americano. E non cedette ad alcuna soggezione, nemmeno nei confronti di grandi del passato, come William Faulkner e Ernest Hemingway, di cui svelava l’inconsapevole cedimento a luoghi comuni sul colore della pelle, rivelatori nel loro lessico e nelle costruzioni letterarie. Nelle storie narrate dal primo, ne L’urlo e il furore o Assalonne, Assalonne!, a scatenare gli snodi tragici – incesti, violenze – è sempre la regola della «one drop rule», quella cioè per cui basta una goccia di sangue per fare di qualcuno un «coloured». Nemmeno il Papa della letteratura novecentesca, nel descrivere un nero come David de Il giardino dell’Eden, sfugge ai soliti stereotipi, anche quelli considerati «positivi», sul «colourism»: uno per tutti, quello sulla sessualità prorompente, l’eccitazione facile, la possanza virile. Anche ne La capanna dello zio Tom la scrittrice individua i segni di una prosa percorsa dal pregiudizio perché preoccupata, stavolta, di «romanticizzare la schiavitù, di renderla accettabile, addirittura preferibile, umanizzandola e arrivando perfino a presentarla in maniera affettuosa».
Ma per Toni Morrison ciò che accomuna i lapsus letterari rivelatori di costumi mentali radicati alle più ordinarie ed esplicite visioni razzistiche è «la necessità di rappresentare lo schiavo» e, aggiungeremo, l’altro «come una specie estranea… come un tentativo disperato di confermare la normalità del proprio sé”. E questa perorazione sul razzismo, furente e fiera com’era Toni Morrison, ha il valore di un autentico, prezioso testamento spirituale spalancato sulla nostra contemporaneità dominata da sovranismi e cancellazioni dell’umano.

di Titti Marrone
Disponibile a 5 euro nella sezione Old Is Gold.

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