Vincitori IOCIPOTTER

1 Novembre 2019

Siamo lieti di pubblicare il racconto vincitore del secondo concorso di scrittura IOCIPOTTER a tema La Magia che si è concluso giovedì 31 ottobre con la premiazione alla presenza degli scrittori Lorenzo Marone e Davide Morganti, e della socia Silvia Verdosci per l’agenzia I viaggi di Jack Sparrow. Ha salutato con noi i partecipanti la presidente della giuria Titti Marrone.
A seguire il racconto L’orologio, di Monica Caporali, Dario Catania e Giancarlo Minniti.
Buona lettura!

 

C’era una volta, tanti anni fa, un mondo grigio e spento.
Gli abitanti di questa terra buia erano gli esseri umani, ma di umano non avevano più nulla.
Si narra che questi uomini comunicassero tra di loro attraverso uno schermo, che avessero perso completamente il dono della parola, quell’arte della dialettica che un tempo li aveva distinti dagli esseri animali, ma che avessero dita velocissime per scrivere e digitare.
Quei pochi che ancora usavano camminare, andavano curvi e gobbi con lo sguardo cupo rivolto verso il video, incuranti di chi o cosa avessero accanto e intorno. Gli altri si muovevano dentro scatolette di latta: alcuni erano involucri scintillanti e rombanti, altri meno appariscenti ma pur sempre fastidiosi e maleodoranti.
Questa specie mortale, quando non era dedita a produrre denaro e ad alimentare il guadagno di pochi, trascorreva intere giornate chiusa dentro grandi capannoni sfavillanti di luci e colori, in un fragore di musica che, come il canto di tante sirene, li portava dentro e fuori ogni negozio e incatenava i loro occhi spenti alle vetrine, nell’estasi dei bisogni indotti.
Erano tutti uguali, niente li rendeva riconoscibili gli uni dagli altri. Avevano smarrito quel guizzo di originalità, quella scintilla di follia… avevano perso la magia della creatività! Nessuno era più capace di trasformare un bel pensiero, un’idea geniale e farla diventare un oggetto utile e piacevole solo con la maestria e l’arte nascoste nelle proprie mani.
Tutti tranne uno.
In questo groviglio di gente uniforme, omologata e globalizzata, solo lui sembrava non darsi pace… il “mago” Giaco.
Certo, non era un vero mago, non aveva la bacchetta magica ma a volte le cose che diceva nel suo dialetto sembravano davvero delle formule prodigiose!
Giaco era un uomo grande, dal carattere duro e spigoloso. Aveva una folta barba in cui ci si poteva nascondere una famiglia di gnomi e una voce grossa da far tremare l’intera città delle campane. Ma in quel corpo da gigante dimorava l’alito lieve della leggerezza, il vento impetuoso della creatività e il fuoco ardente della rabbia. Un furore che non si placava, un’ira violenta che avrebbe trascinato via tutto quel mondo malsano in cui si trovava a vivere.
E così, questo omone passava le sue giornate a raccogliere tutto ciò che gli altri buttavano, ogni cosa che per quelle persone era vecchia, superata e fuori moda, lui la prendeva su con grande gentilezza, come se fosse l’oggetto più prezioso mai visto, e la portava con sé, pronto a farla rinascere. Sapeva di essere l’ultimo detentore del dono della creatività e della fantasia, questo potere che permetteva alla spazzatura di avere una nuova vita: Giaco riusciva a trasformare gli scarti di questa pazza vita moderna in qualcosa di completamente inaspettato, un elemento nuovo che della precedente esistenza aveva solo la forma ma non più la funzione: lattine di birra che diventavano paralumi, copertoni di bicicletta che si trasformavano in cinture e barattoli che diventavano vele di meravigliose navi. Questo era il suo modo di tenere viva la fiammella dell’ingegno e non lasciare che i famelici mangiatori di sogni gliela spegnessero.
Un giorno, ultimata la sua ronda alla ricerca dei tesori abbandonati, Giaco decise di concedersi una passeggiata in un luogo della sua città che amava molto: il mare! Come tante altre volte, in spiaggia non era solo, ma c’erano tante famiglie con gli ombrelloni piantati, all’ombra dei quali i bimbi erano seduti immobili con lo sguardo fisso sui display, narcotizzati e spenti.
Sospirò. C’era un solo bambino che guardava la distesa d’acqua salata. In mano aveva un apparecchio elettronico che però non guardava. Giaco gli si avvicinò, incuriosito.
‹‹Come mai non stai giocando con i tuoi amici ad una “finta” partita di calcio?››.
Il piccolo non rispose, ma alzo il viso verso Giaco. Quello che l’uomo vide fu un oceano di solitudine, una profonda tristezza e un’assenza totale di fantasia. I suoi occhi erano come intrappolati in una macchia d’olio nera e densa. Era chiuso in una gabbia senza sbarre, dalla quale era più difficile scappare. Il maleficio dell’ipertecnologia stava consumando il suo cuoricino… doveva fare qualcosa!
E fu tutto velocissimo.
‹‹Vien cu’mme››.
Entrarono in un covo, più che un laboratorio sembrava la tana di un animale selvatico. Era qui che Giaco preparava le sue magie, univa gli ingredienti per le sue pozioni miracolose. Ma stavolta era diverso: doveva riportare quel bambino indietro, farlo tornare a giocare nel paese dei balocchi, in un mondo antico dove il profumo di vita era più forte di quello della plastica.
‹‹Stavolt m’serve n’incantesim verament psant, ‘na magij accussì fort ca t riesc a luvà a rint a stù post scur cà t truov›› (Stavolta mi serve un incantesimo davvero forte, una magia potente che possa strapparti da quel luogo buio in cui sei finito).
Iniziò così la sua discesa nel vortice della creazione, una caduta libera verso il centro di quell’idea che lo aveva colpito con la forza di uno schiaffo. I battiti del cuore accelerarono e il laboratorio scomparve. Era una sensazione che conosceva bene, ma che ogni volta lo lasciava senza fiato.
Non aveva libri di magia, la formula era chiara nella sua testa.
‹‹M’ serv nu rilorgj special, tant special ca’ quann o guard t’addà purtà co’ pnsir aret, a t fa’ arricurdà nu’ bel tiemp ca’ è stat e c riport a culur e a profùm ro’ passat…›› (Mi serve un orologio che misuri il tempo in modo speciale, che scandisca i minuti di un bel tempo che è stato e che ci riporti ai colori e ai profumi del passato…)
Proprio come una ricetta, tutti gli elementi si mescolarono insieme: prese un piano cottura, sì proprio quelli che si usavano per cucinare. Poi meccanismi, lancette e tutto il lavoro che si può fare in una notte. All’alba del nuovo giorno aveva creato ciò che gli serviva per far vedere a quel bimbo come era una giornata trascorsa nei vicoli dimenticati di quella città: era un orologio, nel vestito di un vecchio fornello. E dove prima c’erano i fuochi, ora giravano delle lancette.
Chiamò il bambino accanto a sé e gli disse:
‹‹Ascoltami bene. Ci sono questi cinque orologi. Ognuno segna un tempo diverso. Io ti porto qui, ad una domenica mattina di tanti anni fa. Ogni orologio sarà un viaggio speciale. Dammi la mano che si parte. Ora siamo solo io e te››.
Si presero per mano, guardarono insieme il grande quadrante centrale e le lancette cominciarono a muoversi all’indietro, prima lentamente e poi sempre più forte. Nella stanza tutti gli oggetti sembravano animarsi, si sentivano voci, risate e tanta allegria. Tutto prese a girare, un forte vento si alzò. I due si strinsero la mano più forte, chiusero gli occhi e li riaprirono soltanto quando sentirono il calore del sole sulla loro pelle: erano nel centro di Napoli!
Giaco guardò il piccolo. Ora al sole, i suoi capelli brillavano di un bel color carota e sul suo viso si erano accese delle simpatiche lentiggini e pensò, tra sé e sé: “è qui che devono stare i bambini, nel mondo di fuori, con la brezza che scompiglia i capelli e il calore del mezzogiorno che bagna il loro viso”.
‹‹Come ti chiami?›› gli chiese.
‹‹Totò – rispose – E tu?››
‹‹Io sono Giaco››.
L’uomo vide una piccola luce accendersi in fondo a quegli occhi e capì di essere sulla strada giusta. Presero a camminare tra i vicoli affollati di Partenope: signore che uscivano dalla chiesa dopo la funzione domenicale, turisti a caccia di opere d’arte e poi i colori dei panni stesi al sole e i profumi della festa, coi suoi piatti più succulenti, come quello del ragù, che si fece largo nelle narici. Poi improvvisamente una voce gridò:
‹‹Carmè! Accalm o’ panar! T mett nù poc e rraù, accussì assaggj. Sij incint, nun voglj mai a ddij e’ faciss cà vogli e rraù›› (Carmela abbassa il paniere ti metto un po’ di ragù così lo assaggi. Sei incinta, non voglia mai a Dio che lo fai nascere con la voglia di ragù).
Si misero seduti sulle scale di un vecchio palazzo, col naso all’insù per ammirare quel cestino che portava a Carmela e al suo bambino quel ragù. Poi lo sguardo dei due si rivolse a dei bimbi che tiravano calci ad una lattina.
‹‹Che stanno facendo?›› chiese Totò.
‹‹Con la fantasia, quella lattina è diventata una palla e ora stanno giocando tutti insieme a calcio››.
‹‹Cos’è la fantasia?›› disse Totò?
‹‹La fantasia è un potere magico, un pensiero incantato che come un paio d’ali, ti porta in un mondo immaginario dove puoi sdraiarti su una nuvola e passeggiare sul ponte dell’arcobaleno. Se chiudi gli occhi, allora la vedrai…e dove ora ci sono baracche, vedrai castelli››.
I suoi occhi erano così spalancati che sembravano uscirgli dalla testa. Il suo stupore era così reale che quasi si poteva toccare. Qualcosa dentro di lui si stava pian piano sciogliendo, come un nodo stretto per troppo tempo che non riesce a distendersi immediatamente.
Totò si alzò da quei gradini e si avvicinò a quei piccoli giocatori. Non ci fu bisogno di parole, quei bambini gli passarono la “palla” e cominciarono a giocare come se avessero già condiviso tanti pomeriggi di divertimento insieme. Il volto del piccolo d’un tratto si animò e le guance si fecero di un rosa vivido. E lentamente la linea delle labbra cominciò a fare una curva: prima lieve, appena accennata, poi la curva si aprì e divenne un grande sorriso e finalmente una risata fatta con i suoi amici!
La magia era riuscita! Totò era tornato ad essere un bambino!
La stessa voce gridò di nuovo:
‹‹Uagliù! È or e’ magnà! Forz, saglit!›› (Ragazzi è ora di pranzo, salite!)
I bambini si voltarono verso Totò e gli dissero:
‹‹Jamm, v’nit pur voi›› (Andiamo, venite anche voi).
Totò si avvicinò a Giaco, gli prese quella grossa mano e con un grande sorriso disse:
‹‹Dai, andiamo!››.
E così, Giaco e Totò, mano nella mano, salirono in quella casa ad assaggiare il ragù più buono di quella domenica mattina.
‹‹E gli altri quattro orologi?›› disse il piccolo.
‹‹Lo scopriremo insieme››.
Il sortilegio era stato spezzato, ma un’altra magia era iniziata…

 

 

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