La leggenda di Elena Ferrante, di Annamaria Guadagni

6 Maggio 2021

A giudicare dalla costellazione di suggestioni editoriali, filmiche e televisive scaturite dall’astro Elena Ferrante, l’immaginario nato da ormai trent’anni dal fenomeno letterario del secolo appare così potente da battere ogni dato di realtà. Incluso il presunto giallo sull’identità di colei/colui che scrive, di cui sembra beffarsi l’impalpabilità del “personaggio Ferrante”, incorporeo eppure fortificato del mito dell’assenza. E mentre Natalie Portman si prepara a interpretare per HBO I giorni dell’abbandono con la regia di Maggie Betts, dopo i saggi italiani di Tiziana De Rogatis e Viviana Scarinci arriva in libreria una nuova singolare narrazione generata da quell’universo letterario. È il saggio-racconto La leggenda di Elena Ferrante (Garzanti, pagg. 320, euro 17) scritto da Annamaria Guadagni, a lungo figura centrale del giornalismo culturale e dell’editoria italiani. Con prosa avvincente e timbro espressivo a sua volta risuonante di echi ferrantiani, Guadagni dà qui conto della sua minuziosa esplorazione del mondo creato da L’amica geniale. S’immerge, e fa immergere il lettore, in un viaggio nei luoghi, nel tempo, nei personaggi evocati nella tetralogia e in altre figure reali catturate nella leggenda o a questa comunque accostate, da Domenico Starnone a Fabrizia Ramondino a Elsa Morante a Enzo Striano, Ermanno Rea, Erri De Luca, Mario Martone, Goffredo Fofi, fino a Vera Lombardi, Lina Sastri, Antonio Bassolino, Benedetta Craveri e molti altri. Il cammino delle pagine segue il filo di Arianna de L’amica geniale, ma esplorandone i fondali, le anse, gli anfratti, oltrepassa il tempo stesso dell’opera in un labirintico movimento passato-presente, soprattutto mostrando Napoli con la faccia che le vide Morante: quella di “vera regina delle città, la più signorile, la più nobile”. Guadagni invita a guardarla bene, anzi meglio, annotando come “a Napoli la periferia sta in centro, sotto, nella pancia, nei budelli senza sole con le lenzuola ancora appese ai fili come nei film del dopoguerra”.
Il suo “petit tour” segue una mappa che non poteva non partire dal rione Luzzatti, perlustrato dallo spaventoso tunnel diretto verso il mare alla piazza dove “troneggia un murale enorme con due bambine che sembrano piccole sante uscite dall’immaginario devozionale dell’Ottocento, piuttosto che dalle avventure di Lenù e Lila”. Ricercando le origini storiche dello stadio Ascarelli e della costruzione del quartiere, interrogando una sterminata quantità di fonti e testimonianze, capita una scoperta sorprendente: Guadagni s’imbatte nella memoria di una ragazza che nel dopoguerra fu “una gatta selvatica”, abituata alle mazzate e molto simile a Lila, con un padre convinto che “le femmine è meglio se non studiano”. La incontra: si chiama Nunzia Gatta, vive a Licola, è nata nel 1941 al rione Luzzatti e fece l’impossibile per studiare, andarsene di lì, quasi trasformandosi in Lenù. “Forse non correva in queste strade lanciando pietre nelle battaglie di scugnizzi, però del rione conosce storie, facce voci”, chiosa Guadagni. “Tornare a separare gli elementi, distinguere la fantasia dai ricordi naturalmente non è possibile: dal pane non si torna alla farina. Però sappiamo che c’è stato un lievito, qualcosa che ha ispirato la vita.”
Un’altra sorpresa spunta nelle pagine su Piazza dei Martiri: vi si parla del negozio di calzature artigianali Ferrante, in via Calabritto 22, singolarmente somigliante a quello con le scarpe disegnate da Lila e realizzate dal fratello Rino. O forse l’ispirazione originaria è venuta a Elena Ferrante da Ferragamo? O da Mario Valentino? Del resto, annota Guadagni, “ai tempi dei sogni di Lila sulle scarpe Cerullo, Napoli stava diventando la nostra Cina”. Tutto, nelle sue pagine, resta sospeso tra il senso arcano dell’ispirazione letteraria e la verità di personaggi e luoghi. Anche quando ci si spinge a Pisa seguendo le suggestioni del filologo Marco Santagata che credette d’individuare la Ferrante nella storica Marcella Marmo. Ma è soprattutto a Napoli che si trovano indizi. Come quello scoperto da Vittorio Del Tufo, che nel rione ha raccolto la voce della cugina di Starnone, Nunzia Mattiacci (“Ricordo che aveva sempre con sé un quaderno su cui disegnava e inventava storie”). La pista Starnone porta anche al liceo Garibaldi, frequentato dallo scrittore come da Lenù, ed è parte fondante della leggenda anche sul piano delle elaborazioni della critica letteraria: ispira le pagine del bel saggio Dell’ambivalenza di Anna Maria Crispino e Marina Vitale, è centrale nelle comparazioni fatte già quindici anni fa da Luigi Galella su Via Gemito-L’amore molesto, quelle di Simone Gatto su Starnone-Ferrante. E se la leggenda non può non indugiare nei pressi del capolinea Starnone-Raja, appare palese come gli indizi più succosi siano mostrati dallo stesso Starnone nel libro-provocazione su Aristide Gambia.
Quando la narrazione di Guadagni fa tappa a Ischia, spuntano i fantasmi di William Walton e Wystan Auden, Luchino Visconti e perfino del fertologo Malcovati, dal cui lavoro negli anni ’50 sorse la fantasticheria che a Ischia si concepissero più facilmente bambini. Poi ci s’imbatte in un’altra “normalista” di Pisa, Carla Melazzini, che con Cesare Moreno fu a lungo il “genius loci” di quella San Giovanni a Teduccio dove Lila andrà a fare l’operaia, e animatrice del progetto Chance e della Mensa dei bambini proletari di vico Cappuccinelle. Il carattere arcano assunto dalla storia narrata da Annamaria Guadagni si precisa ancor meglio quando il disegno della mappa Ferrante si anima di un altro luogo e viene completata dalla torsione verso un’altra presenza: il luogo è casa Croce, la presenza è quella di Elena, la figlia maggiore del filosofo che a volte, su La Critica, si firmava “don Ferrante”. Pseudonimo usato anche dalla sua primogenita, a tutti gli effetti Elena Ferrante ante litteram. Ed è questa suggestione, che emerse dalla pubblicazione del carteggio tra Elena Croce e Marìa Zambrano, a chiarire in modo definitivo il senso del gioco evocativo di Annamaria Guadagni: la trasfigurazione di Elena Ferrante in tòpos letterario che è tutt’uno con Napoli, la sua storia culturale passata e forse perfino le potenzialità creative del suo futuro.

[Consigliato da Titti Marrone]

 

 

 

 

 

 

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