Periferia di Napoli, una bambina cade nel vuoto, un rumore sordo, la sua sagoma resta impressa sull’asfalto, un’eco che si dissolve in pochi secondi. Il palazzo si richiude su sé stesso, inghiotte il dolore come un corpo inghiotte il veleno, lo trasforma in silenzio, in una normalità che si ricompone immediatamente, perché il male non deve disturbare l’ordine delle cose. Costanza, la maestra della piccina, non riesce ad accettarlo. C’è qualcosa che le sfugge, qualcosa che tutti fingono di non vedere. E allora comincia a indagare, insieme con suo figlio Marco, giornalista, in un percorso che la porterà a scoperchiare il cuore nero di quel luogo. Un inizio amaro, per Primmammore, l’ultimo libro di Titti Marrone, come un presagio di brutture. Tuttavia, lo sappiamo, la scrittura di questa autrice ha sempre avuto un peso specifico diverso, la parola non è mai stata soltanto narrazione, ma impegno, indagine, volontà di restituire alla realtà il suo spessore umano, anche quando quel reale è un abisso in cui è difficile guardare. Perché Titti Marrone scrive con la precisione di chi conosce il peso delle parole e con la grazia di chi sa che anche il dolore più indicibile ha bisogno di una lingua che lo contenga. Marrone racconta con una dolcezza che non attenua, ma amplifica il senso di ingiustizia e di impotenza. Il suo sguardo non è mai neutro, non è mai distaccato. È lo sguardo di chi, come giornalista, ha scritto, ha indagato, ha documentato e che ora, attraverso la letteratura, prova a dare un senso al non senso. Il suo stile rimane materno, anche quando il contenuto è spietato. C’è una cura nel raccontare, una delicatezza che stride con la violenza dei fatti, ma che proprio per questo lascia un segno più profondo. Primmammore, rimane un libro che disturba e non perché indulga in un realismo morboso, ma perché costringe il lettore a stare dentro il dolore, senza vie di fuga, senza la distanza di sicurezza che spesso le notizie di cronaca mantengono. Si può ascoltare una storia alla televisione, si può leggere un articolo e provare orrore, ma quando la si trova dentro un libro, quando la si vede muoversi tra personaggi che respirano, pensano, vivono e subiscono, allora diventa qualcosa di diverso. Non si sta più solo leggendo, si sta assorbendo il racconto di un’eredità che si trasmette di generazione in generazione, un’ombra che si insinua nei corpi e nei destini, una maledizione che non viene mai spezzata. L’incesto è il peccato assoluto, la violazione che non lascia via di fuga, l’atto che rende il carnefice intoccabile e la vittima complice, perché il patriarcato è questo, un meccanismo perfetto che annienta chi lo subisce e protegge chi lo perpetua. Tuttavia, poiché accanto al buio più fitto ci sono sempre degli spiragli di luce, Marrone intreccia storie nelle storie, narrando non solo l’orrore, ma anche di chi ha lottato, di chi ha scelto di non arrendersi, di chi, con il proprio nome, o con un nome appena accennato, ma riconoscibile, ha provato o ha cambiato il corso delle cose. C’è la Napoli degli attivisti, delle battaglie sociali, quella che non si rassegna, quella che esiste e resiste. E c’è un racconto prezioso sugli inizi di collettivi che ancora oggi operano nel territorio, sul lavoro dei maestri di strada, su chi ha scelto di restare dove tutti vorrebbero scappare. Sono nata a Napoli, l’ho amata e la amo ancora, ma il legame che ho con questa città è troppo spesso stato fatto anche di rabbia, di un misto di colpevolezza e di impotenza, riconoscendone, con frustrazione, i limiti e gli orrori. Titti Marrone, con il suo libro mi ha restituito la cifra del mio agire, dell’agire di tanti che hanno scelto di lottare per cambiare le cose e mai accettare di sopravvivere nel fango e, quando un libro è capace di metterti davanti a te stessa, non puoi che consigliarne la lettura e ringraziare chi lo ha scritto.
[Consigliato da Federica Flocco]
