Librellula n° 15, Gennaio 2023
Ho conosciuto Emilia Bersabea Cirillo nel 2016, quando partecipavo assiduamente al Tè Letterario a Napoli; era in libreria il suo romanzo Non smetto di aver freddo, L’ Iguana ed., e di lei mi colpì il contrasto tra la forza dei concetti che esprimeva e la pacatezza dei modi con cui li esponeva. Per il suo nuovo libro Azzurro Amianto, Emilia ha scelto “Le Plurali”, una casa editrice, fondata nel 2021 da quattro donne, basata sui principi di indipendenza e femminismo, che pubblica libri di saggistica e narrativa scritti da donne, con lo scopo preciso di dare voce e valore alla scrittura femminile.
Azzurro Amianto racconta la storia di Beatrice, una donna di cinquant’anni, bella, ricca ed autonoma, tormentata dai sensi di colpa per non essere riuscita a stare accanto alla figlia ; dopo essersi trasferita a Firenze ,la donna lascia la figlia affetta DGS, in un istituto dove le suggeriscono di metabolizzare il distacco dalla bimba tornando nella sua città natale . Rientrata ad Avellino, la cugina Maria Nives la inserisce in un comitato di signore alto borghesi che si attivano in beneficenza e carità , ma senza lasciarsi coinvolgere troppo, e la incarica di aiutare due donne , Matilde ed Ausilia ,che dimorano in un vagone abbandonato nei pressi della Newchemistry, fabbrica chiusa dove si smaltiva amianto. Beatrice viene a conoscenza dei danni micidiali che la fabbrica ha causato e continua a causare alla salute degli abitanti del rione. Sarà proprio il profondo coinvolgimento nel sostenere le due donne che lottano, a loro modo, per avere giustizia, che farà scattare in lei la necessità di riavere la figlia e riappropriarsi della sua vita.
Emilia Bersabea Cirillo sarà da IoCiSto, per la presentazione del suo libro, il 14 Febbraio.

Come è sorta l’idea di scrivere questo romanzo, qual è stata la genesi?
L’idea mi è stata data da un fatto di cronaca accorso nel lontano 1983 nella mia città, Avellino: una fabbrica venne collocata a ridosso di un quartiere popolare, Rione Ferrovia, con lo scopo di scoibentare l’amianto dalle carrozze ferroviarie. Il proprietario, Elio Graziano, si vantò di trattare quel lavoro altamente tossico, direttamente con le maestranze, senza la mediazione del sindacato, perché a dire secondo lui, “faceva più male la Cocacola che l’amianto.” Fatto sta che le scorie di amianto anziché essere smaltite, venivano sotterrate e che il lavoro veniva eseguito a mani nude, senza alcuna norma di protezione. L’amianto scoibentato era il più pericoloso, , un tipo di asbesto bluastro altamente cancerogeno, amianto azzurro, causa del tumore mesotelioma. Gli operai in quegli anni lo hanno inalato, mangiato insieme ai panini che si portavano da casa, respirato nelle tute da lavoro. Per quella colpevole negligenza, cinquanta operai sono morti, altri sono ammalati, e su tutti pende il pericolo di mesotelioma polmonare. Ho scoperto questo scandalo alla fine degli anni ’90, perché anche io, come molti cittadini avellinesi, ero distratta dalla ricostruzione che si avviava in città, dal lavoro quotidiano, dagli impegni familiari. E quando ho saputo dell’Isochimica, delle buche dove veniva seppellito l’amianto, i morti erano già tanti e l’aria in città era sicuramente contaminata. E’ stata durante una passeggiata, anni dopo, che mi sono imbattuta in due donne malandate, una donna giovane, una più anziane che camminavano tenendosi per mano. Erano infagottate in cappotti lunghi, coloratissimi, con strani cappelli in testa, avevano una pelle scura, cotta dal sole. Parlavano tra di loro fitto fitto, ma allontanavano chiunque si avvicinasse a loro. Le ho riviste più volte aggirarsi intorno al centro storico, sedersi su una panchina in piazza, poi sono scomparse. Non so perché mi hanno tanto colpito. Quando non le ho viste più, ho pensato che fossero state inghiottite da un fosso nell’Isochimica, che fossero anche loro pronte per essere dimenticate dalla mia città. Le ho nominate: Ausilia la donna giovane, Matilde la più anziana. Non lo sapevo, ma stavo già pensando al romanzo. Per ogni persona che si nasconde, perché ci sia una storia, occorre che ci sia una persona che la cerchi, che indaghi sulla sua vita, o che almeno sia interessata a lei. Così è nata Beatrice Gatti, la mia protagonista, che si muove, con il suo segreto ben serbato nel cuore, tra il rione Ferrovia e la fabbrica dell’ex Isochimica, per salvare le due donne e fare luce su quanto è accaduto circa venti anni prima.
Ho scritto la prima stesura di Azzurro Amianto velocemente, ma a questa ne sono succedute tante altre, che hanno visto intrecciarsi due storie, una pubblica (quella dell’Isochimica) e una privata( quella della protagonista) , fino a licenziare nella forma che leggete ora, Beatrice, Matilde, Ausilia, Maria Nives e Bianca.
Una storia al femminile dove le donne sono le eroine che smuovono il mondo mentre gli uomini sono deboli o antieroi. Oggi , secondo te, è ancora significativo parlare di femminismo e di sorellanza?
Credo che due figure forti le abbia descritte: don Vittorio Criscuoli, il prete, parroco del quartiere Ferrovia, che porta avanti la sua missione pastorale con grande determinazione: accoglie profughi, si interroga sul senso della carità. Sa bene che vive in un quartiere “pericoloso” per la salute degli abitanti, e spende la sua vita alla ricerca della giustizia. In questo trova la massima collaborazione di un sindacalista, ex operaio dell’Isochimica, Renato Greco, capo del comitato di quartiere, sempre alla ricerca di prove concrete per inchiodare, con un processo giusto, i padroni e i vari responsabili della fabbrica dei veleni. Che poi la storia venga portata avanti da una donna, Beatrice, è quello che volevo: ogni mio libro scritto ha sempre una donna per protagonista. Non saprei scrivere da un punto di vista maschile, perché fino in fondo, conosco soprattutto il mondo femminile, che mi appartiene. La scrittura delle donne è questa: partire da untema che ci appartiene, dal nostro privato, trovare una forma, una voce che arrivi alle altre e che in questa si riconoscano. Il premio Nobel Annie Ernaux fa questa operazione grandiosa: racconta semplicemente in tutti i suoi libri della sua vita di donna, della sua infanzia figlia di bottegai, dei suoi studi, della sua scoperta del mondo adulto, del desiderio, del sesso, oggettivandola al punto tale che diventa quella di tutte le donne. Nella mia storia si creano situazioni di sorellanza, di “mi affido a te”: tra Beatrice e Ausilia, per esempio, ma anche tra Beatrice e la cugina Maria Nives, tra Ausilia e Bianca. Così capita anche nella vita, quando meno te lo aspetti. Quelli sono legami che durano tutta la vita.
Affermi che le cose più care debbano restare congelate al loro posto, in un preciso ordine, per non venir meno ad una richiesta di consolazione quando la memoria la reclama. Hai dedicato il romanzo al tuo amatissimo marito, scomparso da pochi anni: la scrittura ti ha aiutato ad attraversare il tuo dolore?
La scrittura allevia, ma bisogna aver voglia di scrivere. Ci sono periodi della vita, come racconta Margherite Duras nel suo libro “Il dolore”, appunto, che non ci si riesce. Che si resta a fissare il bianco del foglio e non si ha la forza di scrivere neanche una frase. Niente viene in mente, se non “Perché?” Solo il tempo aiuta a ritrovare le parole, con evidente lentezza.
Beatrice, nel romanzo , è una mamma tormentata ed impaurita nonostante nella quotidianità sia una donna forte, ricca ed autonoma. E’ ancora un tabù dubitare che l’attaccamento tra madre e figlio sia immediato ed inviolabile?
Non so se sia un tabù, ma la depressione post parto esiste, non accettare un figlio malato è una realtà, non sentirsi genitori uguale agli altri, perché si ha un figlio “diverso”provoca straniamento e forse anche sensi di colpa. Credo che sia connesso alla quantità di amore che siamo in grado di provare per il mondo, o anche alla paura che ci fa il mondo. Troppa perfezione estetica, troppa ricerca della bellezza, troppa normatività ci estenua, ci rende fragili. O anche dover soffrire, affrontare l’incognita di giorni difficili, ci fa scappare. Conosco famiglie che si sono sfasciate alla nascita di un bambino Down, padri che si sono ecclissati, madri che hanno dovuto accollarsi il peso della loro crescita. Il legame profondo tra madre e figlio passa per il sangue, che è qualcosa di insondabile, di primigenio, forse è la forza di attrazione più naturale e arcaica che esista. Di tutto questo è convinta Beatrice: ed è per questo che non si da’ pace.
Antonello Petrillo nel suo saggio “Il silenzio della polvere ”, Mimesis edizioni, analizza come alcuni territori, socialmente ed economicamente deboli, furono scelti scientemente per lavorazioni dannosissime per la salute, senza che fosse assicurata alcuna protezione, con piena sconfitta della giustizia sociale. Non si finirà mai di dover scegliere tra salute e lavoro?
Questa è proprio una bella domanda. Il lavoro crea futuro, è il motto del congresso della CGIL che si sta svolgendo in questi giorni. Ma quale lavoro? Il lavoro sicuro, quello garantito, quello che non ti fa schiavo, che non ti uccide. Una sfida enorme, se si pensa a dove viviamo, ai luoghi che abitiamo, al nostro Sud, alla nostra Regione, ai giovani operai morti al primo giorno della loro alternanza scuola-lavoro. Siamo ancora ai ricatti, come ai tempi dell’Isochimica. “Tre euro all’ora” non è solo il titolo di un film, è quanto percepisce un’operaia per incollare tomaie in provincia di Avellino. Chissà che respira, chissà se qualcuno andrà a controllare la composizione di quella colla. Chissà tra venti anni che avverrà nel suo corpo.

foto di Stefano Spina
