Gennaio 2022, Librellula n° 7
Un uomo di cultura e di ideali, uno scrittore, poeta, giornalista, traduttore. I suoi occhi profondi hanno visto la vita da ogni prospettiva: operaio, muratore, magazziniere, camionista. I suoi occhi profondi continuano ad avere dentro quel guizzo di curiosità fanciullesca, linfa necessaria per continuare ad interrogarsi, studiare, scoprirsi e soprattutto regalare illuminanti spunti di riflessione.
Ho incontrato la prima volta Erri De Luca a Napoli, in piazzetta Aldo Masullo, in occasione di un evento cittadino. Portava con sé un secchiello di latta rossa, dentro, adagiato sulla paglia, un uccellino. Rispose alla nostra curiosità raccontando che non avrebbe potuto lasciarlo perché non era in grado di nutrirsi da solo. Una siringa di plastica, un omogeneizzato, il suo sorriso, la sua dolcezza, lo hanno impresso nel mio cuore in modo indelebile. Da quel giorno ho letto le sue pagine pensando a lui come a uno di famiglia, lo zio lontano che vorresti sentire quando le domande si fanno prepotenti.
Al suo ultimo libro A grandezza naturale mi sono ispirata per la nostra chiacchierata. Non è la prima e mi auguro non sarà l’ultima.
C’è un nodo sulla copertina di A grandezza naturale, cosa simboleggia?
La vicenda biblica di Abramo e di suo figlio Isacco raggiunge il vertice dell’obbedienza e del rispetto filiale. Isacco è giovane, forte, porta sulle spalle il pesante carico di legna fino in cima al monte. Suo padre è vecchio, non ha e non avrebbe nessuna possibilità di prevalere fisicamente sul figlio, legarlo, incaprettarlo. Isacco collabora alla sua stessa legatura, accetta di eseguire la volontà paterna di sacrificarlo in obbedienza a una voce percepita dal solo Abramo. Nella lingua originale si legge la parola ebraica “akedà”, la legatura che precede il sacrificio. Sappiamo che non si compie, che scenderanno insieme dalla montagna. Manca nel testo il verbo slegare. Quel nodo non può essere sciolto. L’ho immaginato simbolo di rapporto tra genitori e figli.
Il titolo del libro nasce dall’ispirazione di un ritratto di Chagall. Qual è il suo rapporto con l’arte e quale l’ispirazione che lo ha investito?
Ho imparato qualcosa dell’arte figurativa dai libri e dalle curiosità di mio padre. Giocava con me a farmi riconoscere gli autori di riproduzioni di quadri. Da bambino conoscevo più nomi di pittori che di calciatori. Chagall abitava a Parigi vicino al mattatoio, sentiva i muggiti del bestiame al macello. Ecco che nei suoi dipinti ci sono delle mucche , delle pecore sospese a mezz’aria, svolazzanti. Credo alla sua volontà di liberarle sulla tela. L’arte per me è una forma di risarcimento.
Il sacrificio di Abramo, il ritratto che Marc Chagall fece del padre, la figlia del vecchio nazista che nel tentativo estremo di mettersi al riparo dal torto del padre-soldato sceglie di non procreare, sono alcune delle storie che racconta per mostrare il rapporto fra genitori e figli. Un libro di domande ma soprattutto di risposte. Lei ha trovato le sue?
Le risposte sono tutte provvisorie, variabili con l’età sia di tono che di contenuto. Restano le domande che rinnovano il loro punto interrogativo, quel segno a forma di gancio che resta impigliato nel sistema nervoso.
“Senza singhiozzi Marek piange e dipinge”. Come definirebbe il suo scrivere: doloroso o armonioso?
Scrivo con il fiato, le mie frasi sono lunghe quanto il respiro che serve a pronunciarle. Sono per me scritture orali. Vengono con un andamento continuo, non devo correggere. In seconda e terza battuta posso aggiungere, divagando. La scrittura per me è un’attività festiva, niente a che fare con la parola lavoro, della quale ho precise notizie fisiche.
“I torti mostrano le loro alternative dopo essere stati commessi”. È sempre possibile rimediare agli errori fatti?
Non è possibile riparare i torti commessi, né piccoli né grandi. L’unico riscatto è non commetterli una seconda volta. I risarcimenti, le scuse servono alla società, per una parvenza di smaltimento delle offese. Restano per me irreparabili quelli che ho commesso. E per quelli che ho subìto, durano finché non li dimentico, applicando loro una mia amnistia.
Dai suoi versi scalcagnati:
“Arrivano conchiglie sulla spiaggia, i loro gusci vuoti.
Alcuni sono intatti, altri spezzati, sbattuti con più forza dalle ondate.
Dove c’era la vita resta la madreperla.
Dev’esserci una formula svelata alle conchiglie
Per la quale la morte è un’apertura”.
Queste sue parole evocano la tragedia del secolo, i migranti. Crede che tante morti possano essere “un’apertura” alla sensibilità, all’accoglienza, all’inclusione, in un mondo dove ancora la solidarietà viene criminalizzata e i migranti tacciati di essere invasori?
I flussi migratori sono inarrestabili, per mare come per terra. I governi applicano una forma di decimazione, lasciano che una parte anneghi, finisca assiderata valicando confini di montagna. Nessuna misura di contenimento, neanche la pena di morte distoglie l’urgenza imperativa della via di fuga. Forza motrice dei flussi migratori non è la speranza, ma il suo potentissimo contrario, la disperazione.
A proposito di vaccino: “L’ho fatto per sentimento civico, per proteggere le altre persone con cui entro in contatto. Non credo che in queste misure sanitarie entri in gioco la libertà”. Cosa direbbe ai sostenitori no vax?
Sono persone che scontano isolamento civile e superiore rischio di contagio: non c’è niente da dire, solo auguri.
Più di 7 milioni di giovani adulti vivono ancora in famiglia, i nostri ragazzi maturano tardi e spesso mai. La sua esperienza di indipendenza così precoce rispetto ai suoi coetanei cosa le ha insegnato e quale suggerimento può dare in proposito?
I giovani che vivono in famiglia a lungo non sono per questo immaturi. Hanno studi, interessi, competenze che non trovano applicazione in Italia e che costringono una grande parte di loro a cercare sbocchi all’estero. Quelli che restano coi genitori profittano della grande forza di coesione sociale costituita dalla famiglia, una risorsa enorme che le civiltà mediterranee possono vantare. Da noi la famiglia è il nucleo delle relazioni personali e dell’economia. Io l’ho disertata, l’ho negata, ho sperimentato lo sbaraglio. Ma il nodo che sta sulla copertina del libro non può essere sciolto.
Dopo il Covid meno lettori ma più voraci. Da uno studio, relativo al 2021, emerge come diminuisca la percentuale degli italiani che leggono, oggi al 56% (persone tra i 15 e i 75 anni che hanno letto almeno un libro anche solo in parte, compreso manuali, ebook e audiolibri) ma chi legge lo fa più di prima. Qual è il suo pensiero su questo dato?
Il lungo tempo di isolamento sanitario mi ha fatto leggere di più e scrivere di meno. La pausa forzata di ripensamento ha prodotto più curiosità e più depressioni. La lettura è stata un bene rifugio del tempo fermato.
Per finire, per i seguaci della nostra Librellula e per tutti quelli che lo saranno, un consiglio che spero non la metta in imbarazzo. Quale libro acquisterebbe domani alla libreria IoCisto?
Ho il privilegio di aver trovato i libri in casa nell’infanzia e oggi di riceverli in omaggio. Da lettore ho deciso che l’argentino Jorge Luis Borges è obbligatorio per il 1900 e che il maggior libro delle letterature moderne è il Chisciotte.
Lucia Montanaro
Erri De Luca nasce a Napoli il 20 maggio 1950 in una famiglia benestante. La mamma, di origini americane sceglie di chiamarlo Henry, come suo zio. È poi lui a italianizzarlo nell’attuale versione. A 18 anni, conseguito il diploma liceale si trasferisce a Roma dove diventa un militante di Lotta Continua, una delle maggiori formazioni della sinistra extraparlamentare italiana di orientamento comunista rivoluzionario e operaista. I genitori, lo racconta Erri stesso, vivono il suo trasferimento come un allontanamento. Quando la mamma rimane vedova si trasferisce a vivere con lui, ed è lui a prendersene cura per diciannove anni, fino alla morte nel 2009. Aderente a Lotta Continua vi rimane all’interno fino allo scioglimento, nel 1976. La dissoluzione segna la fine di un’epoca. Molti suoi ex compagni entrano in clandestinità decidendo per la lotta armata, ma non Erri che a questa preferisce l’onestà del lavoro. Tra il 1976 e il 1996 svolge diverse occupazioni: operaio specializzato in fabbrica, camionista, magazziniere e ancora operaio di rampa in aeroporto a Catania. Dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980 lavora come muratore a Napoli e poi anche in Francia, a Milano e a Roma. È in questi anni che decide di partecipare ad alcune esperienze di volontariato in Africa. 1983 e 1984 li trascorre in Tanzania dove partecipa a un programma riguardante il servizio idrico di alcuni villaggi, durante la permanenza contrae la malaria. Allo scoppio della guerra in ex Jugoslavia diventa autista di camion nei convogli umanitari. Nel 1999 si trova poi a Belgrado, da solo, durante i bombardamenti da parte della NATO per essere dalla parte del bersaglio. Nel 2013 viene rinviato a giudizio per istigazione e delinquere in seguito ad alcune sue dichiarazioni riguardo la TAV (linea ad alta velocità Torino-Lione), di cui è un convinto contestatore. “La TAV va sabotata” sarebbe stata la dichiarazione che avrebbe portato alla sua imputazione. Nel 2015 viene poi assolto perché il fatto non sussiste.

Lucia Montanaro è nata a Napoli nel 1966. È giornalista e fotografa, scrive per diletto racconti e romanzi. Ha collaborato con il giornale online Napoliflash24 con rubriche letterarie e di tradizione partenopea. Ha pubblicato racconti in diverse antologie e coautrice de Il Secolo Jellato (L’Erudita). Ha partecipato al libro Un Giorno per la Memoria (Homo Scrivens). Vincitrice di concorsi di fotografia e cortometraggi.
