Intervista a Felice Cavallaro, di Bianca Miraglia del Giudice

14 Novembre 2022

Librellula n° 14, Novembre 2022

Sono trascorsi trent’anni dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio, in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, il giudice Paolo Borsellino e le loro scorte. Tra i tanti libri che in questi tre decenni hanno trattato ed analizzato ciò che accadde nel 1992, c’è il recentissimo ‘Francesca, storia di un amore in tempo di guerra’ di Felice Cavallaro (edizioni Solferino), particolarmente drammatico e delicato perché il racconto di quel tragico periodo è visto attraverso gli occhi ed i sentimenti di Francesca Morvillo, magistrato e moglie del giudice Falcone.

Terminata la lettura, ero così coinvolta e sconvolta che ho avuto voglia di contattare l’Autore. Ci siamo sentiti e mi ha fatto dono del suo tempo, ascoltandomi con interesse mentre gli raccontavo la storia di Iocisto, la nascita della Librellula, la mia passione per la lettura e quanto sia rimasta affascinata e commossa dal suo ‘Francesca‘. Che dire? Non si è negato alle mie domande. Anzi ….le ha accolte con entusiasmo, rispondendo con grande disponibilità e generosità!

Nel corso degli ultimi trent’anni, sono stati tantissimi i libri pubblicati per ricordare il giudice Falcone; lei ha scelto di farlo attraverso Francesca: giurista, magistrato, donna elegantissima, moglie innamorata. Leggendo il libro, li scopriamo amanti dei viaggi, della buona tavola, della pesca e ovviamente del mare. Cosa o chi le ha suggerito di far conoscere la pienezza della loro unione?

Con la stesura di un romanzo dedicato a Francesca Morvillo ho cercato di colmare una antica lacuna che, sin dalla terribile estate del 1992, ha portato tanti giornalisti a parlare degli eventi legati a Giovanni Falcone e al devastante epilogo della strage di Capaci parlando spesso della morte del magistrato, “della moglie” e di “tre agenti di scorta”. Per quanto mi riguarda, ho avvertito la necessità di raccontare la vita delle vittime di questi orrori non soltanto citandone i nomi, ma descrivendo i loro profili e le tragedie abbattutesi sulle rispettive famiglie. Di qui un mio libro (“Vi perdono, ma inginocchiatevi”) scritto su e con Rosaria Schifani, la giovanissima vedova di Vito Schifani, dilaniato con Antonio Montinaro e Rocco di Cillo sull’auto di scorta. Poi, ho sempre pensato che Francesca meritasse un’attenzione maggiore, anche perché conoscevo le qualità, la dedizione verso i giovani, avendo avuto anche la fortuna di conoscerla da ragazzo, quando a Palermo ci capitava di frequentare amici comuni.

Gli incontri si sono via via rarefatti a causa della vita blindata della coppia, ma diciamo che non ci siamo mai persi di vista e che ho avuto diverse occasioni per cogliere quanto stretto fosse il loro legame, costretti a vivere “una storia d’amore in tempo di guerra”. Cito così il sottotitolo del romanzo che, confesso, è stata una sofferenza scrivere. Proprio perché quella “guerra” ha richiamato a me stesso, alla mia memoria, la sequenza di orrori che una città come Palermo, una regione come la Sicilia, hanno subito. Una città, una regione dove sono stati decapitati i vertici delle istituzioni, dell’amministrazione pubblica, degli apparati giudiziari e investigativi, senza risparmiare donne e bambini, sacerdoti, giornalisti, semplici cittadini. Ecco la “guerra” che ha finito spesso per soffocare quell’amore sbocciato al primo incontro, nel 1979, tra Francesca a Giovanni Falcone.

Nel suo libro ci sono pagine che narrano, con estremo equilibrio, momenti altamente drammatici e sconvolgenti, come il racconto della strage di Capaci. Ha scritto, cancellato e riscritto oppure ha trovato subito la giusta misura per porgere al lettore l’orrore avvenuto?

Raccontare al lettore questi orrori è stato l’obiettivo che mi sono prefisso utilizzando lo “stratagemma” del romanzo. Optando quindi per una tecnica narrativa diversa dal saggio che per certi versi è a me più congeniale. La scelta di riproporre i drammi di quegli anni anche attraverso la ricostruzione dei dialoghi e la descrizione dei personaggi, partendo sin dalla fase della seduzione e del tormento vissuto da Francesca che lasciava il primo marito per avvicinarsi a Falcone, è stata fatta per tentare di conquistare alla lettura anche una fascia di giovani e meno giovani meno disposti ad avventurarsi fra le pagine di un saggio.

Ecco, lo “stratagemma” spero funzioni per fare comprendere a tanti che non hanno vissuto quegli anni o a tanti che hanno rimosso quanto alto sia stato il rischio corso dalla società siciliana e dal Paese nel suo complesso davanti al sanguinario assalto di Cosa nostra e dei suoi complici. Operazione complessa che mi ha costretto a rivedere spesso il testo per tentare di renderlo il più scorrevole possibile. Ricorrendo talvolta a una costruzione letteraria che, senza distaccarsi dalla realtà, puntava a realizzare una sorta di introspezione delle emozioni vissute dai personaggi coinvolti, a cominciare da quelle dei due protagonisti.

Francesca viveva la sua professione con passione e senza mai risparmiarsi e rappresentò un aiuto prezioso per Giovanni Falcone e per il lavoro del pool antimafia. Una donna coraggiosa, padrona delle proprie scelte, conscia che l’amore per Giovanni avrebbe cambiato per sempre la sua vita eppure risoluta a stargli sempre accanto senza annullare se stessa. Un esempio per tante giovani donne, ma perché si è raccontato così poco di lei?

Francesca si rivela in questo romanzo, come realmente è accaduto nella realtà, un baluardo non solo per il “suo” Giovanni ma per l’intero pool antimafia di quegli anni vissuti da un pugno di magistrati nel bunker di un palazzo di giustizia spesso chiamato palazzo dei veleni. Il coraggio di Francesca, al di là del suo impegno professionale all’interno della giustizia minorile, emerge nella vicinanza al pool, non facendo mai mancare il suo stesso supporto professionale. Questo accade nelle notti trascorse accanto a Giovanni Falcone nel riesame delle carte legate a inchieste e blitz controllando prove, riscontri, fattispecie giuridiche. Con la convinzione dello stesso Falcone che le capacità giuridiche di Francesca Morvillo avrebbero consentito di articolare sempre meglio quei filoni di indagine poi confluiti nel maxi processo cominciato il 10 febbraio del 1986.

Questa vicinanza confermata da Paolo Borsellino e da altri magistrati per anni affiancati a Falcone è la prova di quanto conscia fosse la stessa Francesca dei rischi corsi in prima persona. Prova di un amore senza confini per il suo uomo e di un amore per la verità, per la giustizia, per la sua terra. Nonostante tutto, di lei si è parlato effettivamente poco, ma forse da questo trentesimo anniversario con la pubblicazione del mio romanzo e di altre testimonianze approdate in libreria forse comincia ad aleggiare il vento del riscatto.

Nei rispettivi discorsi nel giorno dell’insediamento, i Presidenti della Camera e del Senato hanno taciuto ogni riferimento alla lotta alla mafia ed alle tante vittime che per questa lotta hanno sacrificato la vita; i media hanno quasi del tutto ignorato di sottolineare questa omissione. Non è conseguente, secondo lei, ipotizzare un calo di attenzione nei confronti del fenomeno mafioso?

 Accadde anche con l’insediamento di Margio Draghi alla presidenza del consiglio. Ma non è accaduto con Giorgia Meloni che ha usato parole nette nel contrasto alla mafia citando Borsellino, dopo avere elencato uno stuolo di grandi donne alle quali si ispira pensando al suo governo. Fra le tante citazioni mi sarebbe piaciuto sentire echeggiare il nome di Francesca. Non è accaduto. Ma quel che importa è non sottovalutare i rischi della mafia anche in periodi in cui appare silente. Va detto che così appare anche perché in questi trent’anni lo Stato, pur fra tante contraddizioni, è riuscito a destrutturare l’ala militare di Cosa nostra costringendo i boss a nascondersi sempre di più. I più pericolosi sono da tempo in carcere dove hanno chiuso le loro esistenze padrini come Riina e Provenzano. Chi sta fuori o chi esce dal carcere dopo avere scontato pene pesanti non sempre può riagganciare i contatti di un tempo, soprattutto con un mondo politico frattanto in larghissima parte mutato. Il controllo assiduo di organi investigativi come Dia, Ros, Gico e così via garantiscono una attenzione che fa ben sperare. Ovviamente con l’obbligo di tutti di non abbassare mai la guardia. Nemmeno fra i cittadini e fra i giovani che hanno il dovere-diritto di esercitare la memoria.

 Lei ha ideato La Strada degli Scrittori, un itinerario che ripercorre i luoghi vissuti dagli scrittori e quelli descritti nei romanzi. Chi è l’autore che più ha segnato la sua formazione e qual è il libro che ha appena terminato?

L’autore che mi ha più segnato è certamente Leonardo Sciascia, lo scrittore del Giorno della civetta, di A ciascuno il suo, ma anche di pamphlet come l’Affaire Moro, saggi e romanzi che hanno sempre al centro l’ossessione del diritto e la ricerca della verità. Ho avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo sin dall’infanzia quando entrambi abitavamo a Racalmuto, io bambino, lui maestro alle elementari.

Questa vicinanza mi ha consentito di scrivere un paio di anni fa una biografia dello scrittore visto da vicino, “Sciascia l’eretico”. Un eretico che a me appare come un credente, sacerdote di una religione con due fari assoluti, la ragione e la verità. Perseguiti anche a costo di sfidare partiti e intellettuali organici, lobby politiche, sociali, editoriali, senza timore di andare controcorrente, pronto a pagare per una lotta che privilegia la verità sull’appartenenza.

Su tutto ciò ho riflettuto a lungo con Sciascia anche nella sua, nella nostra Contrada Noce dove fra pini e vigneti s’affacciano la sua e la casa di mio padre. Cuore di un’area che, da Racalmuto a Porto Empedocle, ha visto nascere i più grandi autori del Novecento. Come è accaduto per la Girgenti di Pirandello, per la “vera Vigata” di Andrea Camilleri, appunto Porto Empedocle, per Palma di Montechiaro con le pagine del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, o per Favara dove ha radici Antonio Russello, altro grande scrittore e torto ritenuto “minore”.

A un tratto, più di dieci anni fa, ho pensato che queste tessere di un puzzle letterario dovevano essere collocate e incastrate fra loro per offrire una visione di insieme non solo ai lettori e non solo a viaggiatori consapevoli, sempre più interessati alla scoperta di un turismo culturale.

Ho pensato soprattutto a quanti vivono e abitano in questi luoghi del cuore, ai giovani spesso costretti ad allontanarsi da paesi apparentemente aridi e senza prospettive mentre si tratta di terre che celano tesori e possibili occasioni di riscatto. Di qui l’idea di costruire una rete che ho chiamato Strada degli scrittori. Offrendo al turista, pardon, al viaggiatore l’occasione di non limitarsi a scattare una foto ai templi di Agrigento, di non correre via dopo un’ora di sosta, come spesso accade con i pullman di frettolosi tour. Perché è possibile scoprire i luoghi, i conventi, i teatri, i personaggi che hanno ispirato questi autori aprendo un circuito capace di fare da volano all’intera economia, dai ristoranti agli alberghi, dagli artigiani al mondo della gastronomia e del settore vinicolo.

L’obiettivo è di fare rivivere le pagine di quegli autori raccontando la miniera delle Parrocchie di Regalpetra, la grotta di Fra Diego La Matina, la Scala dei turchi e i vicoli della Vigata di Camilleri, fino alla Caltanissetta di Rosso di San Secondo, il drammaturgo coevo di Pirandello che oggi tanti cominciano a conoscere lungo una Strada degli Scrittori che, attraverso convegni, mostre, seminari e master, festival ed eventi di grandi richiamo, punta a richiamare flussi crescenti di visitatori lungo un’arteria autostradale che l’Anas ha chiesto di ribattezzare con il nostro logo e con grandi cartelli agli svincoli. Ma nel rivolgerci soprattutto ai giovani insistiamo su un punto: la Strada degli scrittori deve esser considerata anche la “strada della legalità” perché proprio da Caltanissetta ad Agrigento sono stati consumati gravi delitti di mafia come gli agguati mortali contro il giudice Antonino Saetta, ucciso con un suo figliolo, contro il giudice Rosario Livatino, contro il maresciallo dei carabinieri giuliano Guazzelli. Orrori che portarono papa Wojtyla a invocare il giudizio di Dio sui boss sotto i templi di Agrigento, accanto ad una grande Croce che indichiamo come ai viaggiatori come tappa della “Strada”.

 

Bianca Miraglia del Giudice
(Organizza e cura Conversazioni Letterarie a Napoli)
Felice Cavallaro è nato nel 1949 in provincia di Agrigento, ma ha vissuto i primi cinque anni a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia. È  l’ideatore della Strada degli Scrittori e il fondatore dell’associazione Strada degli Scrittori. Giornalista del «Corriere della Sera», da venti anni segue fatti e misfatti di mafia. Ha collaborato con il giornale «L’Ora», l’Agenzia Italia e con la Rai in Sicilia. Ha lavorato prima al «Giornale di Sicilia» e poi al «Corriere della Sera». Con Solferino ha pubblicato Sciascia l’eretico (2020) e Francesca (2022).
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