Aprile 2022, Librellula n° 10

Marco Amerighi vive a Milano, dove lavora, oltre che come scrittore, come editor, ghost writer e traduttore per varie case editrici. Collabora anche con la libreria Noi Libri di Milano. Il suo esordio letterario è stato, nel 2018, Le nostre ore contate. Randagi è, perciò, il suo secondo romanzo, una trama di forte impatto emotivo.
Il romanzo racconta la storia di Pietro Benati e della sua famiglia, sulla quale grava una strana maledizione: tutti i componenti maschi sono destinati, presto o tardi, a scomparire per un certo periodo. Sarà anche la sorte di Pietro?
Randagi è il tuo secondo libro. Da cosa è nata l’idea per questa nuova opera? Il titolo era già nel progetto iniziale o è nato al termine del lavoro di scrittura?
L’idea è nata molto tempo fa quando alcune vicissitudini della mia vita mi hanno portato a compiere una scelta binaria e dolorosa, un po’ come di fronte a un bivio: da una parte, adattarmi a una vita sicura ma che non era la vita che sognavo e, dall’altra, andare altrove e lanciarmi alla ricerca di qualcosa di più rischioso ma soddisfacente.
All’inizio del romanzo, Pietro Benati si trova a questo bivio: vorrebbe liberarsi dall’ombra della famiglia ingombrante in cui è cresciuto, fatta di geni e truffatori, ma al tempo stesso ha paura a recidere il cordone ombelicale che lo tiene ancorato a quella casa, e a Pisa. Si sente bloccato e ha una fifa terribile che qualunque scelta lui faccia lo porti al fallimento. Finché suo fratello, con uno stratagemma, lo costringe a fare un salto nel vuoto… e a iniziare a vivere una nuova vita, finalmente da solo. Il titolo, Randagi, è arrivato quando Pietro ha iniziato a incontrare personaggi come lui: senza punti di riferimento, politici, sociali o esistenziali.
Come hai lavorato per fondere realtà e invenzione? Quanto di autobiografico e quanto di invenzione c’è nelle situazioni e nei personaggi?
Come sempre unisco una parte di documentazione reale e oggettiva a una d’invenzione più pura, in cui entrano ricordi, appunti, sogni, modificazioni di altri materiali più personali. La parte più stimolante di scrivere Randagi è stata proprio fondere la traiettoria di alcuni personaggi di finzione con il contesto reale che attraversavano, in questo modo ho potuto ricostruire la geografia di intere città (Pisa, Viareggio e Madrid) e la loro storia (dagli scontri del G8 del 2001 agli attentati terroristici del 2004, fino ai moti studenteschi del 2007).
Con un’ambientazione così realistica dopo un po’ mi sono persino scordato di avere tra le mani dei personaggi di finzione e ho iniziato a trattarli come persone reali. Il bello è venuto proprio allora…
È possibile definire Randagi come un romanzo di formazione, oppure come una storia generazionale del passaggio tra adolescenza e maturità? O entrambe le cose?
Credo che il romanzo sfugga alle definizioni, perché è romanzo di formazione, è romanzo generazionale, è romanzo familiare. Ma anche romanzo di viaggio, quando i randagi si perdono tra le Ande boliviane o in uno strampalato viaggio al nord della Spagna. Insomma, è tanti generi diversi. Come tanti sono i materiali che lo compongono e lo accompagnano dalla prima all’ultima pagina. Basti pensare alle cartoline, ai telegrammi, agli sms e alle e-mail che questi personaggi si mandano continuamente, nel tentativo di capire chi sono stati, chi sono adesso e cosa prospetta loro il futuro.
Quale ruolo svolgono la famiglia e l’amicizia nel romanzo?
All’inizio del romanzo la famiglia è una coercizione da cui Pietro (ma anche Dora e Laurant, gli altri due protagonisti della storia) vuole liberarsi. Ma poco a poco si vedrà apparire un altro tipo di famiglia, basata non sui legami di sangue ma sull’amore.Vasco Pratolini diceva che “amare è difendersi, è farsi coraggio, è mescolare il proprio sangue con quello degli altri”. Ecco, questo è quello che fanno i randagi per il novantanove per cento del loro tempo: si spalleggiano, si proteggono, si leccano l’uno le ferite dell’altro. Come un branco senza direzione, ma mosso da un unico desiderio: stare insieme. Per non perdersi.
La storia si caratterizza per una sessualità fluida, che, allo stesso tempo, complica i rapporti e li allarga, ma che appare non prevalente nelle vite dei personaggi . Puoi spiegare meglio il significato dell’amore e del sesso nel romanzo?
Se l’amore è una protezione istintiva, il sesso è spesso l’esatto contrario e viene usato – o non usato – razionalmente dai protagonisti. Da quando ha perso suo padre, Dora ad esempio usa il sesso come una catena per tenere ancorati a sè gli uomini che incontra. In questo modo, però, lei è la prima a esserne schiava. Per Pietro, atterrito da qualunque rapporto con gli altri, il sesso è un ricettacolo di paure, sfighe e guai. Laurant è l’unico personaggio che sceglie liberamente di diventare un gigolò, e da allora usa il sesso come strumento di crescita e di comprensione, soprattutto da quando intuisce di non essere davvero la persona che ha creduto di essere fino ad allora.
La topografia del romanzo si caratterizza come generazionale? Personale? Ideale?
Come dicevo sopra si tratta senza dubbio di una topografia lucidamente oggettiva. Ma in questa realtà mimetica è come se si aprissero delle porte romanzesche, porte su un altrove diverso, possibile, e per questo, alla fine, piene di una speranza che spesso la realtà non ci concede.
Pietro Benati può essere considerato più un inetto contemporaneo o un eroe solitario, che si scontra contro il mondo intero?
Non lo considererei un eroe, in nessun modo. È un uomo senza qualità, piuttosto, che non agisce perché ha troppa paura di sbagliare. Come l’aveva Frédéric Moreau de L’educazione sentimentale di Flaubert, o Martin Eden di Jack London. Come l’abbiamo ancora tutti noi, trenta-quarantenni cresciuti nella consapolezza di un futuro florido e poi ridestati in un mondo lontanissimo dalle nostre aspettative.
Quali scrittori ti sono stati fonte di ispirazione?
Sicuramente tutti i grandi scrittori del novecento toscano: Carlo Collodi, Romano Bilenchi, Carlo Cassola, Vasco Pratolini, Federigo Tozzi. Ma anche i più moderni, come Edoardo Nesi e Fabio Genovesi. Perché volevo raccontare una storia contemporanea, nei temi e nei luoghi, ma con una lingua piena di letteratura e di echi classici.
Se tu dovessi scegliere una canzone o un brano musicale, che faccia da sottofondo alla lettura, quale indicheresti ?
Il romanzo è traboccante di musica. Per questo mi è impossibile scegliere una sola canzone. Qualche mese fa però, all’uscita del libro, feci una compilation con tutti i brani citati nel romanzo. I lettori possono vederla, e ascoltarla, su Spotify. Si intitola… Randagi, ovviamente.

