Tre domande a Giuseppe Montesano, di Arnaldo Tony Matania

25 Febbraio 2023

Febbraio 2023, Librellula n° 16

Con Tre modi per non morire, edito da Bompiani, Giuseppe Montesano ci mette a disposizione un prontuario di sopravvivenza contro “il logorio della vita moderna”, sì proprio quello di Calindri col Cynar, solo che ora gli automobilisti che lo circondano guardano lo smartphone più che la strada. Siccome i prontuari finiscono su remoti scaffali di manualistica, l’autore lo ha travestito da libro di poesia  – grazie ai versi di Baudelaire, Dante e greci sparsi -, consapevole del fatto che i libri di poesia occupano uno scaffale ancor meno in vista delle librerie, nella speranza che il cambiamento possa venire proprio dal riportare al centro la letteratura. Ma poiché la speranza non basta, Montesano, facendo letteratura di grandissima qualità, si è messo a spingere lo scaffale perché riconquisti la posizione auspicata. E noi gliene siamo grati.

Tre modi per non morire è un titolo che fa riferimento alla sopravvivenza del lettore o a quella della memoria? Si può pensare a una sorta di mutuo soccorso in quest’epoca di memoria da rettile e pensiero superficiale?

Tre Modi per non morire vuol dire che di modi ce ne sono anche altri, ma questo piccolo libro racconta di poeti e donne e uomini che hanno saputo vivere anche in tempi difficili. Si lamentavano ma poi agivano in modo creativo, inventivo, sorprendente. Noi ci lamentiamo e stop. Non si può imparare qualcosa da loro che vivevano sul serio nonostante tutto? In realtà c’è un solo modo per non morire (dentro), ed è quello di imparare a vivere senza paura della vita. I poeti del libro lo fanno, anche se uno è esiliato, l’altro è povero e i poeti greci vivono in mezzo a guerre tremende. Cosa hanno in più? La capacità di concentrarsi e di essere “attivi” con l’immaginazione, che a noi è stata rubata dai social e dall’infelicità di vivere per produrre. Allora loro possono dirci molto.

Mi sono chiesto perché l’ordine dei capitoli sia Baudelaire Dante i Greci e non quello cronologico e/o di debito culturale: i Greci immaginano inventano, Dante porta nel cristianesimo e verso la modernità, Baudelaire agli albori della decadente modernità…

Nel libro si va dal presente, più o meno, al passato. Ma in realtà arrivare alla civiltà e poesia dei greci vorrebbe dire ritrovare il futuro. La loro idea che la gioia va sempre cercata, ma senza nascondersi la realtà spesso orrenda, ha costruito una grandiosa civiltà. Il nostro sopravvivere tra le menzogne politiche e le realtà che nascondiamo a noi stessi, illusi come bambocci che se non guardi l’uomo nero l’uomo nero non esiste, sta distruggendo la civiltà. Siamo impoveriti non solo dall’inflazione, ma dalla paura di vivere pienamente. E i nostri “capi” e “capetti” lo sanno, e ci controllano. Sanno che se vivi pienamente ti accorgi che ti stanno derubando del tuo corpo e del tuo cuore, se lo capisci ti ribelli. Ma per ribellarti devi pensare. E quali maestri migliori dei greci per imparare a pensare? Noi crediamo di saziarci cliccando e digitando, e i nostri desideri sono ombre funeree: insoddisfatte sveltine mentali e materiali, e non lenti e dolci e appaganti amori. Loro, i greci, sapevano che persino la capacità di pensare e ragionare viene da Eros, dal desiderio amoroso per ciò che ci manca: noi siamo muti e ciechi e sordi perché crediamo che un click possa appagarci.

In quest’epoca di ripiego del pensiero complesso, di informazione istantanea e superficiale, non sarebbe il caso di rivalutare distacco e indifferenza per non alimentare l’ondata di superficialità?

L’indifferenza non è un bene. L’apatia Epicuro se la permetteva perché i suoi amici gli lasciavano eredità per poter sopravvivere senza lavorare. Noi no. Nessuno ci dà niente e fatichiamo come servi per cosa? Essere felici? Ma non lo siamo. Per rendere felici gli altri? Non ci riusciamo. Ed è ovvio. Gli indifferenti non si salvano, fanno una brutta fine come nel romanzo di Moravia. L’indifferenza forse per un po’ ci preserva, ma pian piano ci avvelena, e non gustiamo più né un colpo di tacco di Maradona, né uno champagne du pays, né un bacio innamorato. Guardiamo, beviamo, baciamo: e non sentiamo niente. E l’indifferenza chi la vorrebbe mai in amore o nelle passioni? Nessuno. Si vive davvero solo se si ama e si è appassionati, se no si è morti in vita. Come si può fare a essere vivi? Be’, è per provare a comunicare questo che ho scritto Tre modi per non morire.

Arnaldo Tony Matania

Arnaldo “Tony” Matania nasce a Napoli nel febbraio del ‘69 forse in una notte buia e tempestosa; a luglio 2009 è stato oggetto di uno scherzo crudele: gli è stato fatto credere di aver vinto il premio Massimo Troisi per la scrittura comica. I burloni hanno anche inscenato una finta serata di premiazione con un migliaio di comparse, amici complici e compiacenti personaggi dello spettacolo.

Indegnamente presente in varie antologie umoristiche infiltrato fra noti autori (Tris di Risate, Se mi lasci non male, Aggiungi un poco a favola).

I suoi capolavori Relazione su un dissesto delle fondamenta, Perizia circa le infiltrazioni in copertura e la saga Computo Metrico Estimativo attendono il giusto riconoscimento della critica.

Lettore onnivoro e compulsivo, esercita la professione di ossimoro_liberoprofessionistarchitetto.

La biografia è scritta in terza persona per prendere le distanze dall’autore.

Iscriviti alla nostra Newsletter per ricevere la Librellula e restare aggiornato sulle ultime novità, le iniziative e gli incontri di IoCiSto.