
David Grigoryan: A soldier guarding the coastline mined and blocked by wire and Czech hedgehogs, Odessa 2022. Serie “Odessa Sole mio”, courtesy zanzara arte contemporanea.
In questi giorni ho sentito che Antigone è una delle opere più rappresentate nei teatri di tutto il mondo. Antigone – non si offenda chi già lo sa – è una tragedia di Sofocle del 442 a.C.. Facendo due conti risale a duemilacinquecento anni fa. Ricordo a me stesso la trama con l’aiuto di Wikipedia: “L’opera narra la vicenda di Antigone che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice, pur contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte, che l’ha vietata per decreto”. Se vi va, con un po’ di pazienza, soffermiamoci su questa prima parte, tralasciando l’evoluzione tragica della narrazione, i suicidi, ecc…: a Polinice – che peraltro avrebbe tradito Tebe – non vanno resi gli onori funebri e il suo corpo dovrà essere abbandonato a terra per essere sbranato dagli animali, mangiato da cani ed uccelli. Di Antigone ci sono stati vari riadattamenti, numerose attualizzazioni e, nel tempo, la protagonista, grazie al lavoro di scrittori, registi teatrali, drammaturghi, è diventata un simbolo della resistenza non violenta, della disobbedienza civile, della non accettazione della tirannia, del rapporto tra cittadino e Stato, ecc… In Brecht, per esempio, Antigone sfida il nazismo; in un racconto della Yourcenar, cammina tra cadaveri e carri armati. Ma perché ancora oggi, nel 2023, Antigone è così interessante? Che altro dice a tutti noi, a me e alla mia cultura arrangiata?
I servizi televisivi dall’Ucraina, a un anno dall’invasione, diventano ogni giorno più terrificanti. Qualche sera fa dei volontari, nonostante le mine e i bombardamenti, raccoglievano e fotografavano cadaveri, scheletri, brandelli di divise, pezzetti di ossa, medagliette, ovvero ogni elemento che potesse agevolare il riconoscimento dei morti. In tutti i libri sulle più recenti guerre russe tra la fine del Novecento e questi primi anni del Duemila – Politkovskaja, Aleksievic, Eltchaninoff, Kostioukovitch – c’è sempre una parte, più o meno ampia, dedicata alle famiglie che sfidano il potente di turno – la nomenklatura sovietica o il burocrate di Putin – e che chiedono informazioni – senza riceverne – sui soldati spediti al fronte scomparsi e presumibilmente uccisi. Non credo proprio che lo facciano per ottenere onori militari o funerali di Stato o una pensione. Chiedono banalmente che gli vengano restituiti i resti dei propri cari per dargli – come si dice – “una degna sepoltura”. Lottando con testardaggine, sospendono momentaneamente il pianto per avere forse, alla fine, un posto dove piangerli meglio.
E allora ho provato a chiedermi “quante Antigoni ci sono state in giro per il mondo negli anni della mia vita? Quante madri, sorelle, figlie di militari, di desaparecidos, di dissidenti, di migranti stanno ancora combattendo da sole la loro battaglia?” E allora perché Antigone nel XXI secolo ci parla ancora in maniera così vigorosa? Perché è ancora così popolare? Ci penso e non so articolare una risposta migliore: perché, al di là di ogni metafora, di ogni sottile, raffinata e coltissima interpretazione, Antigone, senza curarsi della legge e rischiando la propria vita, fa con ostinazione la sola cosa umanamente e universalmente giusta. E Sofocle ci ricorda con forza, da duemilacinquecento anni, di non dimenticare nemmeno per un attimo di agire da esseri umani.
Gigi Agnano
Febbraio 2023, Librellula n° 16
David Grigoryan: A soldier guarding the coastline mined and blocked by wire and Czech hedgehogs, Odessa 2022. Serie “Odessa Sole mio”, courtesy zanzara arte contemporanea.
In questi giorni ho sentito che Antigone è una delle opere più rappresentate nei teatri di tutto il mondo. Antigone – non si offenda chi già lo sa – è una tragedia di Sofocle del 442 a.C.. Facendo due conti risale a duemilacinquecento anni fa. Ricordo a me stesso la trama con l’aiuto di Wikipedia: “L’opera narra la vicenda di Antigone che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice, pur contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte, che l’ha vietata per decreto”. Se vi va, con un po’ di pazienza, soffermiamoci su questa prima parte, tralasciando l’evoluzione tragica della narrazione, i suicidi, ecc…: a Polinice – che peraltro avrebbe tradito Tebe – non vanno resi gli onori funebri e il suo corpo dovrà essere abbandonato a terra per essere sbranato dagli animali, mangiato da cani ed uccelli. Di Antigone ci sono stati vari riadattamenti, numerose attualizzazioni e, nel tempo, la protagonista, grazie al lavoro di scrittori, registi teatrali, drammaturghi, è diventata un simbolo della resistenza non violenta, della disobbedienza civile, della non accettazione della tirannia, del rapporto tra cittadino e Stato, ecc… In Brecht, per esempio, Antigone sfida il nazismo; in un racconto della Yourcenar, cammina tra cadaveri e carri armati. Ma perché ancora oggi, nel 2023, Antigone è così interessante? Che altro dice a tutti noi, a me e alla mia cultura arrangiata?
I servizi televisivi dall’Ucraina, a un anno dall’invasione, diventano ogni giorno più terrificanti. Qualche sera fa dei volontari, nonostante le mine e i bombardamenti, raccoglievano e fotografavano cadaveri, scheletri, brandelli di divise, pezzetti di ossa, medagliette, ovvero ogni elemento che potesse agevolare il riconoscimento dei morti. In tutti i libri sulle più recenti guerre russe tra la fine del Novecento e questi primi anni del Duemila – Politkovskaja, Aleksievic, Eltchaninoff, Kostioukovitch – c’è sempre una parte, più o meno ampia, dedicata alle famiglie che sfidano il potente di turno – la nomenklatura sovietica o il burocrate di Putin – e che chiedono informazioni – senza riceverne – sui soldati spediti al fronte scomparsi e presumibilmente uccisi. Non credo proprio che lo facciano per ottenere onori militari o funerali di Stato o una pensione. Chiedono banalmente che gli vengano restituiti i resti dei propri cari per dargli – come si dice – “una degna sepoltura”. Lottando con testardaggine, sospendono momentaneamente il pianto per avere forse, alla fine, un posto dove piangerli meglio.
E allora ho provato a chiedermi “quante Antigoni ci sono state in giro per il mondo negli anni della mia vita? Quante madri, sorelle, figlie di militari, di desaparecidos, di dissidenti, di migranti stanno ancora combattendo da sole la loro battaglia?” E allora perché Antigone nel XXI secolo ci parla ancora in maniera così vigorosa? Perché è ancora così popolare? Ci penso e non so articolare una risposta migliore: perché, al di là di ogni metafora, di ogni sottile, raffinata e coltissima interpretazione, Antigone, senza curarsi della legge e rischiando la propria vita, fa con ostinazione la sola cosa umanamente e universalmente giusta. E Sofocle ci ricorda con forza, da duemilacinquecento anni, di non dimenticare nemmeno per un attimo di agire da esseri umani.
Gigi Agnano
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