Gli “ultimi”. Gli ultimi sono quelli morti pochi minuti fa, sono i primi a sparire per lasciare il posto ad altri ultimi. Li vediamo ogni giorno attraverso tecnologie straordinarie. Non ci sono mai arrivate tante immagini, tante riprese di quelli che consideriamo gli ultimi. Quando parliamo di ultimi ci vengono in mente le traversate a piedi nel deserto, i barconi di gente che viene a morirci sotto casa, che fugge dalla fame, dalla guerra, dagli stupri, dai campi di accoglienza improvvisati. Colleghiamo gli ultimi al viaggio, al movimento.
Da bambino ero affascinato dalla storia sulle rondini che, se si posano a terra, non sono in grado di riprendere il volo. Da ragazzi pensavamo al viaggio, al movimento come sinonimi di cose belle: i movimenti artistici, la danza, il movimento studentesco, i cammini, Jack Kerouac, ecc… Il Coast to Coast è stato il sogno di generazioni; oggi le coste le pattugliamo coi droni e la Marina Militare. Muoversi è diventato sinonimo di tragedia, il movimento degli altri, degli ultimi una minaccia. Si calcola che nel mondo ci siano oltre cento milioni di migranti e il dato è in continua crescita.
Poi giri un po’, fai un viaggio da “bloody tourist” e scopri che l’Africa è piena di campi profughi terrificanti popolati da gente che non si è mossa più di tanto. Tecnicamente non potresti nemmeno definirli “rifugiati”. Nel sud dell’Etiopia vedi queste distese di tende arrangiate con pezzi di plastica, buste, copertoni, sacchi di tela. Sono sfollati che per sopravvivere ad una siccità che dura da tre anni si aggregano, formano una nuova comunità in attesa di sporadici interventi umanitari. Gli adulti imparano qualche parola d’inglese, i bambini invece piangono nell’unica lingua che conoscono. Pensi: ecco gli ultimi, quelli che si muovono poco, quelli più fragili.
Io però qui, nel nostro infinitamente piccolo, vorrei ricordare quelli che non possono neanche muoversi, che non hanno i mezzi – a volte anche culturali, ma soprattutto economici – per ipotizzare una migrazione. L’emergenza climatica, la scarsità d’acqua che peraltro genera conflitti, gli ha portato via anche l’asino. Sono le rondini con le zampe troppo corte e le ali che sbattono a terra. Per questi la parola chiave non è “fuga”, ma “abbandono”.
Gigi Agnano
Marzo 2023, Librellula n° 17
Gli “ultimi”. Gli ultimi sono quelli morti pochi minuti fa, sono i primi a sparire per lasciare il posto ad altri ultimi. Li vediamo ogni giorno attraverso tecnologie straordinarie. Non ci sono mai arrivate tante immagini, tante riprese di quelli che consideriamo gli ultimi. Quando parliamo di ultimi ci vengono in mente le traversate a piedi nel deserto, i barconi di gente che viene a morirci sotto casa, che fugge dalla fame, dalla guerra, dagli stupri, dai campi di accoglienza improvvisati. Colleghiamo gli ultimi al viaggio, al movimento.
Da bambino ero affascinato dalla storia sulle rondini che, se si posano a terra, non sono in grado di riprendere il volo. Da ragazzi pensavamo al viaggio, al movimento come sinonimi di cose belle: i movimenti artistici, la danza, il movimento studentesco, i cammini, Jack Kerouac, ecc… Il Coast to Coast è stato il sogno di generazioni; oggi le coste le pattugliamo coi droni e la Marina Militare. Muoversi è diventato sinonimo di tragedia, il movimento degli altri, degli ultimi una minaccia. Si calcola che nel mondo ci siano oltre cento milioni di migranti e il dato è in continua crescita.
Poi giri un po’, fai un viaggio da “bloody tourist” e scopri che l’Africa è piena di campi profughi terrificanti popolati da gente che non si è mossa più di tanto. Tecnicamente non potresti nemmeno definirli “rifugiati”. Nel sud dell’Etiopia vedi queste distese di tende arrangiate con pezzi di plastica, buste, copertoni, sacchi di tela. Sono sfollati che per sopravvivere ad una siccità che dura da tre anni si aggregano, formano una nuova comunità in attesa di sporadici interventi umanitari. Gli adulti imparano qualche parola d’inglese, i bambini invece piangono nell’unica lingua che conoscono. Pensi: ecco gli ultimi, quelli che si muovono poco, quelli più fragili.
Io però qui, nel nostro infinitamente piccolo, vorrei ricordare quelli che non possono neanche muoversi, che non hanno i mezzi – a volte anche culturali, ma soprattutto economici – per ipotizzare una migrazione. L’emergenza climatica, la scarsità d’acqua che peraltro genera conflitti, gli ha portato via anche l’asino. Sono le rondini con le zampe troppo corte e le ali che sbattono a terra. Per questi la parola chiave non è “fuga”, ma “abbandono”.
Gigi Agnano
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