Emilia Bersabea Cirillo scrive di Mariangela Mianiti: Organsa (Verri Edizioni)

25 Marzo 2022

Febbraio 2022, Librellula n° 8

In una scena di Mondonuovo, il film documentario sui luoghi intorno al Po di Davide Ferrario, Gianni Celati si sofferma a raccontare del ristorante con alloggio “Dal Bersagliere”, a Boretto, chiuso a metà degli anni ’90 del secolo scorso. Era gestito da una donna, Maria Moretti, che “aveva aria da stracolta e modi di altri tempi”. Celati, che ne narra con grande partecipazione, conclude il suo ricordo con un “e dopo tutto è finito” lasciando noi spettatori il rimpianto di non saperne di più sulla vita di Maria.
Mi piace pensare, in questa finzione immaginifica che è la scrittura, che la stessa sorte sarebbe toccata alla Luisa dell’osteria del Campetto, se non ci fosse stato il romanzo Organsa, di Mariangela Mianiti (edizioni del Verri), a farla emergere da una sicura dimenticanza. Luisa, la protagonista della storia, è sarta per vocazione, ostessa per costrizione, una vita sospesa tra desideri e desideri negati, sempre a dibattersi tra il “tagliare cotiche e cartamodelli”.
A narrare di lei è la figlia Aurelia, che fin da bambina ha imparato ad osservare e annotare le vicende della vita materna. Sotto il suo sguardo cristallino appare il conflitto silenzioso tra le aspirazioni personali di Luisa e le imposizioni di un mondo casalingo, docile e crudele, permeato da un atavico senso del dovere all’obbedienza, all’addomesticamento. In quel mondo due sono i ruoli essenziali: c’è chi sfrutta, i genitori di Luisa, e chi viene sfruttato, la Luisa, senza che questa riesca ad allontanarsi dal loro controllo e a prendere in mano il corso della sua vita. “Allora le donne mica si ribellavano ai genitori e al marito…” confesserà ingenuamente Luisa alla figlia, anni dopo.
Siamo negli anni ’50: argini e nebbie, biciclette e corriere, isolamento, povertà, il paesaggio della Bassa padana è ancora fortemente agricolo, strade di polvere e casoni di campagna. È in uno di questi che si insedia la giovanissima Luisa, strappata da Parma al suo lavoro di sarta, per precisa volontà dei genitori, ottusi egoisti contadini, che hanno comprato un’osteria con uno spaccio annesso, a Campetto, una sperduta località sul Po. L’accompagna il marito, la piccola Aurelia (dopo verranno altri figli) e il sogno segreto di una vita che, ad una prima occhiata ai luoghi , si infrange miseramente. In quel casone, tra maschi che la squadrano, lavori massacranti, lontana da tutto quello che le ricorda civiltà e socialità, Luisa dovrà, come una condanna per colpe mai commesse, scontare la sua vita, mediando tra la sua passione di sarta e il suo dovere di ostessa, di madre e di moglie, soccombendo lentamente, senza un vero appoggio del marito, a un pesantissimo obbligo filiale.
“A tutti sembra normale questo suo doppio mestiere, nessuno trova strano ordinare un abito uguale a quello della Edy alla giovane donna che sta dietro la pesa, nessuno si chiede dove troverà il tempo e l’energia per fare tutto, essere la prima ad alzarsi, anche alle quattro in inverno… Poi preparare la colazione, il pranzo per il marito, portarci in bicicletta all’asilo, tornare, lavare, stirare, stendere, cucire abiti per la comunità, famiglia compresa, servire in negozio, nell’osteria ed essere l’ultima ad andare a dormire”.
Quando la realtà che ci tocca vivere è spaventosamente diversa da quella che avevamo immaginato per noi, si rinuncia con difficoltà ai sogni, sembra dirci la Mianiti, perché rinunciare è un delitto, il peggiore che possiamo fare verso noi stessi. Così, all’inizio della sua nuova vita, la Luisa tenta improbabili mediazioni con le sue stoffe da sarta, sistema in un angolo della stanza da letto un minuscolo laboratorio sartoriale, che la renderà conosciuta e apprezzata, nel borgo e nel circondario. Cucire per lei è cura e invenzione, quasi un atto d’amore, che le procura pochi istanti di contentezza. Ma non servirà a darle la sua libertà.
– “Luisa g’ho da andare a un matrimonio. Ci ho portato questa organsa qui che mi piace abòta il colore. Guardi guardi che bel rosso”.
– “Ma Gemma, l’organza rossa allarga molto”.
– “E va ben, mo a me mi piase dli stesso”.
L’organsa, che da titolo al libro, è il simbolo di quel desiderio di vita a cui la Gemma, e tante donne come lei, non vuole rinunciare, a cui invece sembra pronta la Luisa, perché l’organsa è un tessuto che va oltre i confini del corpo, allontana il senso del limite. Luisa nel suo limite scivola, a poco a poco, senza accorgersene, fino ad esserne avvolta.
Il clou avverrà quando la madre, veramente difficile nominare madre una donna così anaffettiva, farà a pezzi, in un impeto di rabbia e forse, chissà, di malcelata gelosia, un abito elegante, in crème marocain, che Luisa si è cucita per partecipare al matrimonio della cugina.
”Guardo i tagli che lo hanno ucciso. Non perde sangue, ma brandelli di stoffa che cadono come morti da tutte le parti.” racconta Aurelia, che ha assistito impietrita allo spettacolo. Tanto a suggellare che Luisa non deve farsi illusioni: lei è là per lavorare nell’osteria e per servirli, inutile vestirsi come una novella Cenerentola.
Luisa non trova parole per ribellarsi. La gabbia familiare si chiude su di lei senza concederle l’abbuono gratuito di una favola. E’ proprio assistendo a questo dramma, che in Aurelia prenderà forma il suo desiderio: volar via, alla ricerca di luoghi più ospitali, incontro a una vita assolutamente diversa, la vita che vuole lei.
Aurelia si riscatterà: la giovane donna troverà, anche grazie ai sacrifici della madre, la possibilità di studiare e di scegliere il proprio destino, indagherà e cercherà le parole giuste per raccontare la crepa che separa la nonna dalla madre (molto efficace la descrizione della foto delle due donne, all’inizio del libro, che sono vicine senza toccarsi), quella dolorosa lontananza che sfocia nella diffidenza e che ha connotato anche la sua infanzia.
Sarebbe stato un racconto di una triste vita come tante, quella della Luisa, specchio di una famiglia e di una società italiana, di una sottomissione propria delle donne degli anni 50-60, non ancora coscienti del proprio ruolo e della loro potenza, se a rendere la narrazione davvero magnetica e indimenticabile, non ci fosse stata l’invenzione di una lingua a sostenerla, una lingua musicale – Mianiti, oltre ad essere giornalista, è anche pianista con passione per Bach – una sorta di mescolanza e semplificazione del dialetto parmense, che la scrittrice ha concepito.
”Inventare questa terza lingua è stato appassionante, una sperimentazione. Il linguaggio è come un tessuto: può diventare un bellissimo o bruttissimo abito, dipende dalla sarta. Mi sono divertita a montare e abbinare verbi, sostantivi, aggettivi per costruire quell’italianetto transgenico che caratterizza molti personaggi, ma non Aurelia e la madre, le uniche a parlare un perfetto italiano per marcare la differenza fra sé e il mondo che racconta” rivela la scrittrice in un’intervista sul Corriere della Sera.
Mi piace immaginare che la signora Maria Moretti, ostessa di Boretto, tanto cara a Celati, avesse letto e si fosse riconosciuta un poco in questa storia. E forse, chissà, a entrare nella sua casa e a sbirciare nel suo armadio, sarebbe saltato fuori un vestito di organsa, cucito da sua collega ostessa della Bassa, brava a fare anche la sarta.
“Ma Maria l’organza rossa allarga molto”.
“E va ben, Luisa, mo a me mi piase dli stesso”.

Emilia Bersabea Cirillo

 

Mariangela Mianiti è nata a Parma e vive fra Milano e Locarno. Ex pianista, giornalista, scrittrice. Ha vinto i premi giornalistici Cronista dell’anno nel 2003 e Maria Grazia Cutuli nel 2005. Per DeriveApprodi ha pubblicato: Una notte da entraineuse, Lavori, consumi e affetti narrati da una reporter infiltrata (2005) e La vita Viagra (2010). Nel 2011 è uscito per Sonzogno il suo primo romanzo, Anche il caviale stanca, commedia sociale dalle singolari coincidenze con la serie televisiva Un’altra vita, trasmessa su Raiuno nel 2014. Attualmente scrive per il quotidiano il Manifesto su cui tiene la rubrica Habemus Corpus.

 

Emilia Bersabea Cirillo, architetto, vive e lavora ad Avellino. Ha pubblicato la raccolta di racconti Fragole (Napoli, 1996), Il Pane e l’argilla. Viaggio in Irpinia (Napoli, 1999), Fuori Misura (Diabasis Reggio Emilia, 2001, finalista Premio Chiara 2002). Nel 2005 ha pubblicato il romanzo L’ordine dell’addio (Diabasis, Reggio Emilia).  Ha pubblicato il romanzo Una terra spaccata, Edizioni San Paolo Milano 2010 (Premio Maiella, Premio Prata). Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli incendi del tempo (Et-Al editore, 2013). Ha pubblicato il romanzo Non smetto di aver freddo, L’Iguana Editrice 2016 (premio Minerva 2016, Premio Maria Teresa di Lascia 2017 ) e la raccolta di racconti Potrebbe trattarsi di ali, L’Iguana Editrice 2017 (premio Anna Maria Ortese 2017). Ha fondato in Avellino l’associazione Paroletranoileggere, per la diffusione della lettura, la scrittura e i saperi femminili.

 

 

 

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