Febbraio 2022, Librellula n° 8

A pochi giorni dall’uscita de L’equazione del cuore, incontro l’amico, lo scrittore, Maurizio de Giovanni.
Una storia tutta nuova che come previsto è già in cima alle classifiche dei libri più letti. Un libro diverso da tutti gli altri, un romanzo di sentimenti in cui trama e narrazione dell’interiorità scorrono paralleli.
Un invito a salire a bordo per destinazione ignota. Unica raccomandazione: cinture allacciate e cuore sintonizzato.
Il talento è una dote innata. Scoprirlo restando semplicemente se stessi è una prerogativa per pochi. C’è stato un momento preciso in cui ha ceduto al suo talento e si è dedicato pienamente alla scrittura?
Grazie anzitutto per l’ospitalità e le bellissime parole introduttive. No, direi di non aver mai ceduto al mio preteso talento, anche perché obiettivamente non credo di esserne particolarmente dotato. Non ho una scrittura raffinata e controllata, non ho particolari intuizioni né costruisco immagini indimenticabili, come moltissimi colleghi. Penso di avere una buona capacità di appassionarmi e coinvolgermi nelle storie dei personaggi, e che questo si trasferisca ai lettori. Mi sono dedicato alla scrittura, banalmente, quando è stata l’attività in grado di prendere economicamente il posto del lavoro che facevo in precedenza: prima era solo un hobby molto gratificante, e ancora adesso ho difficoltà a considerarlo un lavoro per quanto è bello.
Massimo De Gaudio, il pescatore per Petrini Francesco detto Checco, il professore per gli abitanti del promontorio di Solchiaro è un uomo solitario, enigmatico, a tratti respingente. A chi si è ispirato Maurizio per raccontare una personalità così controversa?
Tutti i miei personaggi sono composti da pezzi di persone che ho incontrato o di cui ho letto, o visti in film o a teatro, ma nessuno è la perfetta replica di un altro. Massimo ha sicuramente qualche caratteristica di uomini che ho conosciuto, ma non direi che sia riconducibile a una persona in particolare.
Massimo viaggia verso la terraferma e un turbinio di pensieri lo investe, lo divide, lo congiunge. Quante vertigini ammantano l’uomo Maurizio durante la traversata?
Lo spaesamento, il non sentirsi perfettamente organico alla realtà che ci circonda è probabilmente un tratto irrinunciabile per tutte le persone che hanno una fervida immaginazione. A me piace molto mandare la testa per conto suo, quando non sono in compagnia. E’ divertente e porta alla creazione di nuovi mondi.
Terraferma e tempo di rimpianti. Ha molti rimpianti Maurizio? Qualcuno confessabile?
Non molti, il rimpianto è un esercizio quasi sempre inutile se non addirittura nocivo. Ho fatto le mie scelte, e a ogni scelta per qualcosa che si trova c’è qualcos’altro alla quale si deve rinunciare. Forse, dovendo confessare un rimpianto alla luce di quello che è successo così tardivamente nella mia vita, avrei potuto provare prima a scrivere. Alcune persone che non ci sono più avrebbero potuto goderne maggiori frutti. Ma, come dicevo, non si può tornare indietro.
Una chiave di lettura matematica, linguaggio congeniale al professore per spiegare l’amore e la vita. L’equazione di Dirac filo conduttore del dialogo fra Checco e il nonno. Cosa accomuna un’equazione matematica ai rapporti umani?
La matematica è una scienza umana, ed è quindi intimamente connessa all’umanità stessa. La ricerca di un’armonia e di regole risponde a un istinto primario, aiuta a ricostruire i principi e a immaginare di poter ricondurre a essi la maggior parte delle cose: ma per fortuna i rapporti umani, le relazioni interpersonali sfuggono alle regole. Altrimenti la nostra vita diventerebbe prevedibile e quindi molto noiosa.
I suoi libri sono spesso popolati da sentimenti imperfetti e personaggi atipici. L’ amore raccontato nei suoi libri sembra non avere codici convenzionali. Ritiene “la diversità” in generale un valore aggiunto nelle relazioni umane?
La diversità è sempre una ricchezza. Non c’è atteggiamento più ottuso e autolesionista della rinuncia alla comprensione reciproca e all’accoglienza. Questo è vero nella realtà, e quindi inevitabilmente nella narrativa, soprattutto quando si prova a raccontare storie che lascino qualche pensiero al lettore dopo l’ultima pagina.
Solo sedici anni dal primo libro. Una produzione letteraria più che feconda, sempre sostenuta dai suoi lettori. Millemila personaggi affidati alle sue scelte. Si e mai sentito “in colpa” rispetto alle sorti di qualcuno di loro?
Ogni singola volta, soprattutto quando si tratta di bambini, donne o anziani. Credo però che il coinvolgimento dell’autore, le sue ferite e la sua commozione, siano il passaporto necessario al lettore per partecipare alla vita dei personaggi; e quindi la sofferenza di chi scrive è il più bel regalo che si possa fare a chi legge.
Molti suoi libri hanno volato lontano dalle pagine: cinema e teatro li hanno fatti vivere una nuova vita. Cosa pensa delle trasposizioni in generale e soprattutto di quelle delle sue storie?
La scrittura di un racconto è un’operazione individuale, e l’autore risponde solo a se stesso. Una trasposizione per immagini, TV, cinema, teatro o fumetto che sia, è un lavoro di squadra in cui ogni professionalità esercita legittimamente la propria autonomia creativa. Sta all’intelligenza dell’autore rendersene conto e prendere atto che questo allontanerà inevitabilmente il risultato dalla sua origine. A volte migliorandolo, a volte semplicemente dando alla storia un altro colore. Personalmente alcune cose riesco ad accettarle, altre meno: ma faccio sempre in tempo, quando è necessario, a tirarmene fuori.
Libri, sceneggiature, palchi, fumetti. È difficile starle al passo, eppure, i suoi lettori vorrebbero sempre di più. Mai avuto la tentazione di scappare su un’isola deserta?
Almeno due volte al giorno. Ma poi penso che nessun’isola è meglio della mia città, e rimango.
Indiscrezioni lasciano sperare un ritorno illustre. Il Commissario Ricciardi è ritornato a popolare la sua anima?
Ricciardi non se n’è mai andato dalla mia testa. Ha continuato a farmi compagnia, con la sua inquietante presenza e i suoi sussurri. Pretende di tornare, insiste molto. Prima o poi, magari lo accontento.
La vorrei salutare con un ricordo che mi è rimasto nel cuore: il suo primo libro, Il senso del dolore e la musa che, dolcemente, inconsapevolmente, ispirò quelle pagine.
Non c’è nulla di buono in me che non debba a mia madre. Ho avuto l’immensa fortuna di stare con lei per tutto questo tempo, e di imparare dalla sua immensa capacità di raccontare storie. E’ con me, e per fortuna lo sarà fino all’ultimo respiro. Non ci ho mai parlato tanto come da quando se n’è andata.
Grazie Maurizio, per regalarci sempre emozioni nuove.
Buona lettura.
Lucia Montanaro
Video: Maurizio de Giovanni legge L’Equazione del Cuore in occasione del firmacopie da Iocisto
