Intervista a Sandra Petrignani, di Vincenza Alfano

25 Marzo 2022

Febbraio 2022, Librellula n° 8

Donne e uomini. Scrittori e scrittrici a confronto. Lo fa con due libri Sandra Petrignani che, partita da Lessico femminile, approda ora in libreria con Leggere gli uomini (Laterza).
Una costellazione di autori in dialogo tra loro secondo una tessitura arbitraria. La libera scelta di una libera lettrice che non si è limitata a leggere – anzi dovremmo dire a rileggere – ma ha costruito un’accattivante trama, quasi a comporre un romanzo di romanzi.
Nelle pagine di Leggere gli uomini scorre però anche un altro sotterraneo racconto: Sandra Petrignani racconta se stessa, il suo legame personalissimo con i libri, gli incontri con gli scrittori che hanno segnato la sua vita di donna e scrittrice.
Insomma tanta roba in una costellazione vastissima e variegata di citazioni offerte come spunto di riflessione o implicito invito alla lettura.
Libro di libri Leggere gli uomini è una dichiarazione d’amore verso la letteratura ma anche un testo imprescindibile per chi voglia accostarsi alla scrittura con qualche consapevolezza in più.

Sandra Petrignani, dopo Lessico femminile come è nata l’esigenza di esplorare l’altra metà della questione investigando la scrittura maschile?

Mi premeva capire come si mette in gioco la sensibilità femminile rispetto all’immaginario maschile. Ma poiché le scrittrici non dichiarano mai i loro modelli come invece fanno gli scrittori, ho pensato di partire da me, dalla mia esperienza. Per questo Leggere gli uomini è un libro molto personale, frutto di una serie di scelte, alcune anche occasionali o funzionali alla tessitura di voci che si andava componendo su alcuni temi. Non è un testo enciclopedico, ci sono molti scrittori importanti, altri mancano, secondo un itinerario molto personale.

Citando la Woolf possiamo dire che gli scrittori hanno avuto il privilegio di avere una stanza tutta per sé, a differenza delle donne?

Lo racconto nel primo capitolo, l’unico, tra tante false partenze, scritto subito e mai più ritoccato. Da giovane facevo da baby sitter a due bambini figli di due professionisti e rimasi molto colpita dal fatto che il padre aveva il suo studio che era un luogo praticamente inaccessibile. La madre invece, che pure era una professoressa universitaria, aveva una scrivania in camera da letto e in qualsiasi momento era disponibile per i suoi bambini. Da allora ho sempre riflettuto sul fatto che questo poter usufruire di un luogo chiuso da parte degli uomini è una assoluta libertà che le donne non hanno mai avuto.

Il suo approccio agli autori e ai loro capolavori non avviene mai attraverso la trama ma è sempre di natura simbolica. Penso ad esempio alla sua lettura di Moby Dick particolarmente affascinante. In un’epoca in cui si parla tanto di raccontare storie, quale senso ha per lei il valore della parola scritta e quale il ruolo della letteratura?

Non racconto mai un libro attraverso la trama. Qual è la trama di Moby Dick se non l’inseguimento di una balena? Ma anche per Don Chisciotte e altri capolavori non ha senso parlare di trama. La trama non ha importanza se non dentro un involucro che definiamo stile, respiro, dentro l’emozione che ci dà lo scrittore. Resto sempre molto perplessa quando uno scrittore per parlare del suo libro racconta la trama. Bisognerebbe intendersi su che cosa si intenda oggi per letteratura, quale ruolo le si assegni. In effetti molti libri sono solo costruiti sulla trama, alcune sono replicazioni di trame di capolavori ottocenteschi riscritti in altro modo. Tutto ciò non ha senso. La grandezza dei capolavori è il loro respiro, l’atmosfera di alcune ambientazioni. Cosa dire di Proust? A volte la lettura di Proust ti lascia interdetto, devi mettere tra parentesi parti di frasi, rileggere e capire che stai rivivendo un pezzo della tua vita. La trama è l’ultimo dei problemi di uno scrittore e oggi invece sembra sia il primo.

Attraverso un nutrito numero di esempi lei scrive che le donne si raccontano e lo dichiarano apertamente mentre gli uomini rinnegano il rapporto tra la propria opera e il loro vissuto. È questa una forma di debolezza o di presunzione?

Negano una verità lampante: non si può non essere autobiografici quando si scrive. Anche Manganelli lo negava ma leggendo la sua opera si avverte un coinvolgimento straziante della sua vita in ciò che scrive. Confesso che mi sono anche divertita a pizzicare delle particolarità molto maschili come appunto la difficoltà a parlare di sé. In realtà quasi tutti gli uomini scrivono autobiografie ma le rinnegano, come Kipling che titola la sua Qualcosa di me. Un avvertimento, fin dal titolo, ai lettori per prendere le distanze dalla materia narrata. Bisogna anche dire che le cose sono attualmente un po’ cambiate. C’è stato un momento della nostra letteratura in cui scrivere autobiografie era considerata una cosa da donnette, la scrittura autobiografica non aveva alcun riconoscimento letterario anche perché nell’autobiografia trionfa l’amore, altro tema considerato prettamente femminile.

Gli uomini hanno più paure delle donne?

Si confrontano continuamente con il padre che è un modello da sfidare, con la madre, col mito dell’eroismo guerresco cui non sempre la loro vita riesce ad aderire. Tutto questo però ha permesso loro di creare immensi capolavori. Perché gli uomini si sono misurati con temi universali: la guerra, la morte, il tempo, la malattia, l’eroismo.

Lei scrive che l’unico vero eroe di Cecità di Saramago è una donna. Come si deve interpretare questa scelta dell’autore?

Nella cecità priva di controllo le vittime sono le donne sottoposte a violenze e a stupri di massa. È un racconto tra i più impressionanti di Saramago che attraverso questa donna, che è l’eroina del romanzo, esprime la sua sensibilità. A lei fa pronunciare la sua conclusione epigrammatica conclusione: “Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che vedono, ciechi che pur vedendo non vedono”.

Tra i temi in cui più emerge la differenza di genere c’è l’amore. Questa alterità può trovare un punto di dialogo?

Bisognerebbe scomodare uno psicanalista. Ci sono dei ruoli biologici che in qualche modo si riflettono in chiave simbolica nell’immaginario: alla donna tocca la procreazione, la cura, l’accudimento, all’uomo sperperare il proprio seme per cui nella sua avidità di relazioni plurime l’uomo sembra insaziabile. In realtà dalla mia indagine letteraria emerge un’immagine maschile indebolita da molte paure: l’ossessione del tempo, l’incapacità di intravedere il futuro, la paura di invecchiare e di morire. Le donne invece sono più piantate con i piedi a terra perché investite da un compito di accudimento che riguarda anche il futuro. La letteratura racconta molto bene queste differenze.

Vincenza Alfano

Vincenza Alfano è nata e vive a Napoli dove insegna materie letterarie e latino. Scrive per il Corriere del Mezzogiorno. Conduce l’Officina delle parole, laboratorio di scrittura creativa. È curatrice di antologie in cento parole per L’Erudita e ha scritto numerosi romanzi. Ha pubblicato il saggio A Napoli con Maurizio de Giovanni (Perrone). Tra i suoi ultimi romanzi Balla solo per me (Perrone), Chiamami Iris (L’Erudita) e l’ultimo Perché ti ho perduto (Perrone).

 

 

Sandra Petrignani, scrittrice e giornalista, è nata a Piacenza e ha studiato alla Sapienza di Roma, conseguendo la laurea in Lettere. Dopo un esordio poetico e la scrittura di una commedia, Psiche e i fiori di Ofelia, ha collaborato per dieci anni a Il Messaggero, dove è stata assunta nel 1987. Nel 1989 è passata a Panorama. Ha poi collaborato alle pagine culturali de L’Unità e Il Foglio. Risale al 1987 il suo primo romanzo, Navigazioni di Circe, cui seguiranno molti altri libri, articoli e tre radiodrammi. Molti i lavori premiati: Il catalogo dei giocattoli (1989), La scrittrice abita qui (2003), E in mezzo il fiume (2011), una biografia su Marguerite Duras (2014), La corsara (biografia di Natalia Ginzburg, 2018). I suoi libri sono stati tradotti in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Giappone, Polonia, Svezia, Romania, Slovenia e Serbia.

 

 

 

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