Michele Prisco: apologia di uno scrittore, di Nino Daniele

9 Settembre 2022

Settembre 2022, Librellula n° 12

per gentile concessione di Annella Prisco

 

Michele Prisco: apologia di uno scrittore di Nino Daniele

Siamo tutti molto scettici nei confronti degli anniversari da cui principiano, il più delle volte, celebrazioni di autori più o meno noti che lasciano il tempo che trovano e gli autori stessi lì dove erano rimasti. E dove, forse, erano giusto che fossero lasciati. Il centenario di Michele Prisco si sottrae a questo destino e ci riconsegna uno scrittore e un intellettuale oggetto di un grande lavoro critico di riscoperta e rilancio attraverso uno sguardo nuovo ed aggiornato. Le spirali di nebbia da cui era stata avvolta la sua narrativa ne risultano diradate e disperse e il vigore della sua scrittura e la contemporaneità della sua poetica prorompono inaspettati e avvincenti. Cercheremo in queste brevi note di motivare perché ciò sia accaduto, da dove prendeva origine quell’accantonamento e a chi dobbiamo un lavoro filologico e interpretativo di convincente riproposizione di un romanziere italiano tra i più originali ed attuali. Numerose, molte effettivamente significative, sono state le occasioni di dibattito, di confronto e di approfondimento. È impossibile poterne fare un resoconto adeguato. Scegliamo tra di esse, come riferimento, alcune di rara profondità delineate nel corso del convegno promosso dall’Università di Napoli L’Orientale “Michele Prisco tra radici e memoria” e curato dai professori Laura Cannavacciuolo e Carlo Vecce. La premessa del lavoro di scavo analitico che ha dato così copiosi frutti, con le attività del Centenario dedicato a Prisco, è l’imponente lavoro di Alessia Pirro sugli archivi dello scrittore e le tracce di partenza che ella ha fornito a tutta la comunità degli studiosi interessati. Il Centro Studi “Michele Prisco”, sorto su iniziative delle figlie Annella e Caterina, sollecitatore inesauribile e vitalissimo di una trama di relazioni personali e intellettuali tra Napoli e l’Italia letterarie, ha costituito uno snodo cruciale di questo periodo di intenso fervore che neanche la pandemia ha potuto arrestare. La bellissima mostra progettata per il centenario da Mariolina Rascaglia alla Biblioteca Nazionale ha nelle note descrittive delle finalità e del progetto espositivo un percorso che ci prende per mano e ci conduce in una passeggiata piena di meraviglia in compagnia di Michele. Avevamo bisogno di Michele Prisco ed ora ne abbiamo più limpida consapevolezza. Dobbiamo al prof Carlo Vecce questo crudo e amaro pensiero che descrive il dolente animo e la delusione cocente di Michele Prisco verso quella “borghesia“ non più solo addormentata, ma deragliata da ogni funzione storica progressiva perché traditrice della complessità della trama rivoluzionaria di cui era pur portatrice e fattasi invece agente di una mercificazione onnipotente di tutte le sfere dell’umano. Sembra riecheggiare in questo “sentire” prischiano il lapidario giudizio di Benedetto Croce sulla borghesia napoletana che il grande filosofo soleva definire “endemicamente mediocre”. Ora, dopo la pandemia, avvertiamo quanto sprezzante fosse quell’aggettivo indicante un male costante e senza rimedio indotto da uno smarrimento ideale e morale. Michele sentiva

ogni volta dolore e malinconia, ma con riserbo non diceva nulla, quando tra i suoi ospiti venivano esponenti delle élite vesuviane, dei paesi intorno alle pendici del vulcano. “Lui però sapeva bene che di quei paesi non era rimasto che il nome sulle carte geografiche, sui cartelli segnaletici di autostrade e superstrade, sulle mappe amministrative; la forma antica no, e nemmeno l’anima, perché al loro posto c’erano solo le rovine dell’Olocausto culturale e antropologico consumato negli ultimi sessant’anni, la distruzione totale del paesaggio e della natura, lo scempio urbanistico e civile e morale. Al posto delle odorose pinete e delle ginestre leopardiane, delle ville vesuviane in dignitosa rovina e dei casali rurali, distese senza fine di tronchi bruciati dagli incendi dolosi, discariche abusive di rifiuti tossici che non basteranno i millenni futuri a cancellare, fiumi trasformati in fogne puteolenti, colate di cemento, fortilizi di Gomorra. Lui, lo sterminator Vesevo, sta ancora là in mezzo, addormentato e silente. Intorno, a perdita d’occhio, lo spettacolo delle magnifiche sorti e progressive. E loro, gli ‘altri’, erano stati gli attori e i testimoni di tutto quel disastro, spesso senza saperlo, o senza accorgersene. Un’intera classe sociale, già allora declinante, e ormai scomparsa, e alla quale nessun altro scrittore, e non solo nel Sud, aveva dato veramente voce. Michele, come ‘autore’, si faceva sempre da parte e preferiva piuttosto lasciarli parlare, e intanto scriveva, scriveva. Per necessità. Perché sentiva di doverlo fare, non per inseguire la moda o il successo. Per un dovere di verità”. Le considerazioni di Prisco hanno l’essenzialità di un epitaffio: “Ma, valgano quello che valgono le mie cose, posso dire che ho scritto sempre solo per necessità, mai per obbedienza alle mode o alle parole di ordine (estetico) del momento, o per pressioni editoriali e presenza di mercato.” Una bella lezione per il presente, in cui “serrate ideologiche”, logiche mercantili disumane e “macchine della sopraffazione” sembrano spesso prendere il sopravvento, a discapito di un umanesimo integrale incarnato, più che proclamato o rivendicato, da questi scrittori, ormai classici. Apparteneva alla loro poetica una “visione del mondo e della vita “ma essa agiva solo in maniera orientativa e non come canone a cui piegare la funzione stessa del narrare, che non può che essere ricerca inesausta e sempre incompiuta perché motivo della passione del mestiere di scrivere è l’uomo nel tempo e nel farsi. La dialettica tra le condizioni sovrastanti e cogenti del contesto della sua vita e la libertà sempre possibile delle sue decisioni. Nulla più che il termine “soggetto “la rende codesta dialettica. È qui il mistero laico di ogni “religiosità”. È questo il nucleo fondativo della poetica di Michele Prisco. Non una ideologia che costruisce “personaggi “usabili per condurre verso un finale già teleologicamente confezionato ma figure viventi e aperte, creature di carne e sangue che ogni volta scelgono. Destini in cui avvertiamo nostri vitali possibili esiti come esiti nostri possibili. Gamme di

tentazioni sentimenti, voleri che nella nostra anima si sono combattuti ed ancora combattono ogni volta che si appressa un bivio. Diceva Lessing che se un giorno avesse incontrato il Signore con in una mano la Verità e in un’altra la Ricerca e gli avesse chiesto cosa desiderasse possedere, gli avrebbe risposto:”Signore tieni per te la Verità e lascia a me la Ricerca”. È questa la energia del “narrare” di Prisco. “…prima che l’indagine su un problema come potrebbe essere, non so, la violenza, il male, il romanzo è per me soprattutto un viaggio nell’uomo, dentro l’uomo. Ecco, il mio interesse principale è questo: non vorrei dire la conoscenza dell’uomo, ma questo scavo nell’interiorità dell’uomo. […] Cioè io sono così affascinato da questo groviglio di misteri e di interrogativi che è la natura umana, e ogni volta la mia tesi, e di tesi si può parlare, è quella non dico di riuscire di arrivare al fondo dell’uomo, ma di aggiungere un granello, un tassello, alla possibilità di poter conoscere questo grande mistero.» (M. Prisco, Viaggio nella memoria a colloquio con Luciano Luisi, in AA. VV., Michele Prisco. Una vita per la Cultura, a c. di L. Luisi, Ente Fiuggi, Cassino 1986, p. 51). Ecco: il letterato e l’uomo, anzi: l’uomo prima del letterato, in una dimensione di impegno intellettuale globale che, più che estetica, è innanzitutto etica. Come sottolinea Donatella Trotta nel suo intervento ricco di pathos e perciò di comprensione nel citato convegno. ”Lo chiarisce, bene, anche una lettera autografa prischiana apposta alla pubblicazione, nel 2000, della raccolta dei suoi interventi critici nella rivista da lui fondata (Michele Prisco, Le ragioni narrative, Quaderni del Circolo Silvio Spaventa Filippi, V, a c. di Santino G. Bonsera, con Introduzione di Emma Giammattei), laddove lo scrittore, ormai a un passo dal suo ultimo viaggio, scrive a un certo punto lucidamente: Sono vecchio, ormai; diciamo che sono un po’ stanco, e comincio a guardare con un certo distacco alla vita letteraria, dalla quale, d’altronde, sono stato per certi aspetti quasi emarginato (“depennato”), se il mio nome non ricorre più nei vari elenchi degli scrittori invitati a partecipare a questo o a quel festival, a questa o quella riunione collettiva, a questa o quella kermesse estiva: scomparsa, passata inosservata perché non sono mai stato un protagonista, nemmeno negli anni della mia più intensa attività, quando, oltre a produrre libri, collaboravo con assiduità ai giornali con articoli, elzeviri, racconti, critiche letterarie, cinematografiche, persino televisive, cercando sempre di non venir meno a un modello, o a un concetto di professionalità, per rispetto verso i lettori e per rispetto verso di me. È una regola, se così posso definirla, che ho applicato anche e soprattutto con i libri. Con tono sobrio e pur vibrante di una fiera coerenza e senso della missione del dotto”. Missione liberatrice da ogni asservimento in particolare di coloro a cui la vita ha concesso meno opportunità. Un umanesimo radicale della responsabilità, potremmo definirlo. I contemporanei che aderiscono al presente mondo non ci sono attuali, come scrive Ivano Dionigi nel suo bellissimo libro Segui il tuo demone; mentre la “inattualità“ di Michele Prisco, quella di cui lo accusavano i “moderni” che lo osteggiavano è la sua dirompente contemporaneità. Egli cercava risposta alla domanda di Agostino: “Tu chi sei?” Una domanda che solo negli “altri” può trovare una risposta. Prisco ci era necessario a salvare il “romanzo “e la sua sempre attuale missione. Che ha bisogno di grandi “romanzieri” come Michele Prisco.

Nino Daniele

 

Gaetano Nino Daniele è nato a Napoli nel 1953. Laureato in Filosofia all’Università Federico II, è stato Consigliere comunale di Napoli dal 1977 al 1993, Consigliere regionale della Campania dal 1995 al 2005 e vicepresidente della Giunta Regionale. Dal 2005 al 2010 è stato sindaco di Ercolano. Ha ricoperto l’incarico di presidente regionale e di componente della Direzione Nazionale dell’Anci | Associazione Nazionale Comuni Italiani. Oltre a numerosi articoli su giornali e riviste, ha pubblicato una biografia su Filippo Turati (prefazione di Aldo Masullo); il volume Pensare la Campania in Europa, con prefazione di Biagio De Giovanni, e la raccolta di scritti Mezzogiorno in bilico. Nel 2005, ha curato con Fulvio Tessitore e Pasquale Villani il volume La Campania: territorio, genti e popolazioni. Con Tano Grasso e Antonio Di Florio ha pubblicato il libro La camorra e l’antiracket, vincitore del Premio Elsa Morante 2012 per l’impegno civile. Inoltre è presidente dell’associazione Amici di Marcel Proust, nonchè della Fondazione Cives. Da primo cittadino di Ercolano dal 2005 al 2010, ha favorito l’istituzione del Mav | Museo Archeologico Virtuale. Past president dell’Associazione Antiracket Ercolano per la legalità e dell’Osservatorio sulla camorra in Campania, attualmente presiede il Premio Amato Lamberti, dedicato ai giovani studiosi del fenomeno delle mafie. La sua ultima pubblicazione (2022) è Aldo Musullo – La filosofia in soccorso dei cittadini (Libreria Dante & Descartes edizioni).

 

 

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