Svetlana Aleksievič, di Gigi Agnano

4 Aprile 2022

8 marzo 2022, Librellula Speciale n° 5: La guerra non ha un volto di donna

Svetlana è bielorussa. E’ appassionata di Dostoevskij, Salamov, Ales Adamovich e scrive in russo. Nata in Ucraina nel 1948, col nonno materno e due zii caduti in guerra e quella materna morta in una formazione partigiana, la Aleksievič, ha raccontato meglio di chiunque le guerre, in “romanzi documentario” in cui ha raccolto le storie e le narrazioni orali dei testimoni. Dice: “Vorrei scrivere un libro sulla guerra tale da provocare nel lettore nausea e repulsione per essa, così che già la sola idea della guerra gli diventi odiosa. E ne veda la demenza. Un libro che renda l’idea della guerra nauseante per gli stessi generali. Perseguitata dal dittatore bielorusso Lukashenko – che ne ha bandito l’opera dal Paese e l’ha costretta a rifugiarsi in Germania – , è stata premio Nobel per la Letteratura nel 2015 con la motivazione: “Per la sua opera polifonica, un monumento alla sofferenza e al coraggio nel nostro tempo.”  Nel 2018, in un’intervista dice: “La cultura della guerra è così antica che vince ancora, è così forte che oggi siamo ancora suoi ostaggi.” Di libri sugli orrori della guerra ne ha scritti tre:

La guerra non ha un volto di donna, del 1985, in cui registra, a distanza di quarant’anni, i conflitti strazianti delle donne sovietiche impegnate nella seconda guerra mondiale;

Gli ultimi testimoni, anch’esso dell’85, in cui a parlare sono coloro che, al tempo della guerra, erano bambini;

I ragazzi di zinco, del 1991, in cui la guerra è quella combattuta dall’Armata Rossa in Afghanistan, in cui, a parti invertite, come ai tempi dell’invasione nazista della Bielorussia, villaggi incendiati, centinaia di migliaia di morti (di cui 15 mila sovietici), milioni di profughi. Per quest’ultimo libro subisce a Minsk due procedimenti giudiziari e viene incriminata per calunnia, antipatriottismo e diffamazione.

Censore: “Chi andrà più a combattere dopo libri del genere? Con questo suo naturalismo primitivo lei svilisce la donna. La donna eroe. La smitizza. Ne fa una donna ordinaria. Una femmina. Mentre per noi sono delle sante.”
Aleksievic: “Il nostro eroismo è sterilizzato, non vuole tenere conto né della fisiologia né della biologia. Non è credibile. A essere messo alla prova in guerra non era soltanto lo spirito, ma anche il corpo… il suo involucro materiale.”
Censore: “Da dove le prende queste idee? Ci sono estranee. Non sono sovietiche. Lei irride coloro che giacciono nelle fosse comuni. Ha letto troppo Remarque. Ma da noi il remarquismo non passerà. La donna sovietica non è un animale.”

[Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque fu pubblicato nel 1929. Racconta di quattro diciannovenni – tra cui il protagonista Paul Baumer -, che, spinti dalla propaganda, partono volontari per la guerra per servire la Germania, la Patria e lo Stato. Arrivati al fronte, ne scoprono le atrocità. Remarque, tedesco della Bassa Sassonia, aveva combattuto ed era stato ferito durante il primo conflitto mondiale. Niente di nuovo sul fronte occidentale, pubblicato in Italia nel 1931 da Mondadori, fu censurato e bandito dal regime fascista.]

“Per due anni più che incontrare persone e annotare i loro racconti, ho pensato. Ho letto. Di cosa avrebbe parlato il mio libro? Be’, sarebbe stato un altro libro sulla guerra… A che scopo? C’erano già state migliaia di guerre, grandi e piccole, note e meno note. E i libri che le avevano narrate erano ancora più numerosi. Ma… erano libri scritti da uomini e parlavano di uomini: questo balzava subito all’occhio. Tutto quello che sapevamo della guerra ci era stato trasmesso da voci “maschili”. Siamo tutti prigionieri di una rappresentazione “maschile” della guerra. Che nasce da percezioni prettamente “maschili”. Rese con parole “maschili”. Nel silenzio delle donne.”

“Nelle narrazioni delle donne non c’è, o non c’è quasi mai, ciò che siamo abituati a sentire: gente che ammazza eroicamente altra gente e vince. O viene sconfitta. E la tecnica schierata in campo e i generali. I racconti femminili sono altri e parlano d’altro. La guerra “al femminile” ha i propri colori, odori, una sua interpretazione dei fatti ed estensione dei sentimenti. E anche parole sue. Dove non ci sono eroi e strabilianti imprese, ma semplicemente persone reali impegnate nella più disumana delle occupazioni dell’uomo. E a soffrirne non sono solo loro (le persone!), ma anche i campi, e gli uccelli, e gli alberi. Ogni cosa che convive con noi su questa terra. E, oltre a noi, a soffrire erano esseri privi della parola, in un’angoscia aggravata dall’essere muti. […] Voglio scrivere la storia di questa guerra. Una storia al femminile.”

“A interessarmi non è soltanto la realtà che ci circonda, ma quella che è dentro di noi. Non l’avvenimento in sé, ma quello che esso induce nei sentimenti. Possiamo anche dire: l’anima dei sentimenti. Per me i sentimenti sono anch’essi realtà.”

“In quei tre anni che è durata la mia guerra… non sono più stata una donna. Il mio organismo, quello di una donna giovane, era come narcotizzato. Non avevo più il ciclo, quasi nessun desiderio. Eppure ero graziosa… Quando il mio futuro marito si è dichiarato, eravamo già arrivati a Berlino. Davanti al Reichstag. Mi ha detto: ‘La guerra è finita. Siamo rimasti vivi. Sposami.’ Volevo piangere. Gridare. Colpirlo! Come sarebbe a dire ‘sposami’? Adesso? In mezzo a tutto questo, ‘sposami’!? Tra la fuliggine dei muri calcinati, diroccati? Ma non lo vedi come sono ridotta? Prima fa’ di me una donna, regalami dei fiori, “fammi la corte, dimmi belle parole. Ne ho talmente bisogno! L’ho talmente desiderato! E c’è mancato poco che davvero lo schiaffeggiassi… E lui, che ha una guancia ustionata non ancora guarita, lui mi ha capita: su quella guancia rossa e tumefatta, lungo le cicatrici non ancora rimarginate scorrono le lacrime… E io, senza quasi credere alle mie stesse orecchie, gli rispondo: ‘Sì, ti sposo.’

Zina Kosjak, 8 anni. Oggi: parrucchiera.
“Per tutta la guerra ho aspettato il momento in cui io e il nonno avremmo messo le briglie al cavallo per andare a cercare la mamma. Da casa nostra passavano degli sfollati e non facevo che chiedere a tutti se per caso avessero incontrato la mia mamma. Gli sfollati erano così tanti che in ogni casa c’era un pentolone sempre sul fuoco con dell’ortica dentro… Perché la gente che arrivava avesse qualcosa di caldo da mangiare. Non avevamo nient’altro da offrirgli. Ma in ogni casa c’era questo pentolone con l’ortica… Me lo ricordo bene. Questa ortica la raccoglievo io.”

Tra gli scrittori cui Aleksievic fa spesso riferimento ci sono Dostoevskij e Varlam Salamov:

Nella russa staliniana, Salamov, dal 29 al 32, sconta una condanna in un campo di concentramento degli Urali Settentrionali. Nella notte tra il ’36 e il ’37 viene spedito nel gulag della Kolyma (nella Siberia nord-orientale, ad oltre diecimila km da Mosca) “per attività controrivoluzionaria trockista”. Torna a Mosca per soli due giorni nel dicembre del ’53 per trasferirsi nella regione di Kalinin, dove inizia a scrivere poesie e l’agghiacciante epopea della Kolyma. Salamov muore nell’ ’82 e il testo integrale dei Racconti verrà pubblicato in Russia dieci anni dopo.

Salamov scrive a Pasternak:
“… giorno dopo giorno l’immensa maggioranza delle persone capisce che in fin dei conti si può vivere senza carne, senza zucchero, senza abiti, senza scarpe, ma anche senza onore, senza coscienza, senza amore né senso del dovere. […] Perdonatemi se vi parlo di cose così tristi ma vorrei che aveste un’idea di questo fenomeno che ha fatto la gloria di quasi vent’anni di piani quinquennali e dei grandi cantieri che vengono definiti “audaci realizzazioni”. […] La nostra epoca è riuscita a far dimenticare all’uomo che è un essere umano…”.

1) “Porre la domanda di Dostoevskij: quanto c’è di umano nell’uomo e come preservare – in ognuno di noi – l’uomo che ha in sé?”
2) Dostoevskij mette in bocca a Ivan Karamazov questa considerazione: “la belva non può mai essere così crudele come l’uomo, così artisticamente, raffinatamente crudele.”
3) “Se non avessi letto Dostoevskij, sarei ancor più sconfortata”

Preghiera per Cernobyl è del 1997. Il libro ha ispirato la sceneggiatura dell’omonima miniserie televisiva del 2019.
“Questo libro non parla di Cernobyl’ in quanto tale, ma del suo mondo. […] Questa è la ricostruzione non degli avvenimenti, ma dei sentimenti.”
“Sono stata definita scrittrice delle catastrofi, ma non è vero, io cerco continuamente parole d’amore. L’odio non ci salverà. Solo l’amore. E’ la mia speranza.”

Su Vladimir Putin nell’aprile del 2017:
“Non posso che essere contro di lui, non sto zitta, il mio è un impegno politico, sociale, culturale ed esistenziale. Per lui, la Russia è la più forte nel mondo, capace di combattere ogni nemico, ma non si rende conto dei danni che sta facendo. Usa spesso la parola “guerra” tanto che la stessa non fa più paura a nessuno. È un uomo pericoloso che ci ha fatto abituare ad una società totalitaria.” (Intervista all’Huffington Post)

“Un piccolo Paese orgoglioso sta combattendo contro un pazzo assassino, proprio nel mezzo dell’Europa! E il mondo sta zitto” (Aleksievic sulle proteste in Bielorussia in un’intervista a Der Spiegel di novembre 2020)

“Siamo in una realtà nuova, nella quale comprendiamo che non stiamo solo proteggendo l’Ucraina, ma tutta l’Europa, il mondo intero” (Berlino, 6 marzo 2022).

 

 

 

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