Maggio 2022, Librellula n° 11
IL MAIALE TRA LE MELE
ARTICOLI E NOTIZIE: VIAGGIATORI SELVAGGI
a cura di Gigi Agnano
«Un viaggio non ha bisogno di motivi. Non ci mette molto a dimostrare che basta a se stesso. Pensate di andare a fare un viaggio, ma subito è il viaggio che vi fa, o vi disfa». (Nicolas Bouvier)
Alexandra David-Néel (Saint-Mandé, 1868 – Digne, 1969), lettrice appassionata di Verne, fu femminista convinta, anarchica, poi monaca buddista e scrittrice, ma soprattutto fu la prima donna occidentale che, nel 1924, travestita da mendicante per evitare l’arresto, riuscì ad introdursi in Tibet e ad arrivare a Lhasa.
A vent’anni, a Parigi, inizia lo studio della teosofia, del buddismo, del sanscrito e del tibetano. Nel 1890, con in tasca l’eredità della nonna, parte per la prima volta per l’India, dove resterà due anni. Per guadagnarsi da vivere comincia quindi a girare il mondo con l’Opera di Hanoi come cantante lirica. Nel 1901 è a Tunisi, si sposa nel 1904, ma riparte da sola nel 1911 per l’Oriente: mancherà dall’Europa per 14 anni visitando India, Nepal, Birmania, Giappone, Corea, Cina, Tibet. Dal 1914 al 1916 è in Sikkim, dove vivrà da eremita in una caverna per due anni. Non potendo tornare in Europa a causa della guerra, va in Giappone e pensa al modo come entrare in Tibet. Torna a Pechino, si traveste da pellegrina tibetana, attraversa la Cina nel pieno della guerra civile e, al quinto tentativo, dopo essere stata anche arrestata, attraverso la Mongolia, raggiunge a piedi Lhasa. Nel ’37 è di nuovo in Cina dove rimarrà fino al ’46. Muore in Provenza a 101 anni nel ’69. Un anno prima aveva chiesto il rinnovo del passaporto e, a chi le faceva notare che forse potesse essere inutile, rispondeva «Non si sa mai». Le sue ceneri saranno sparse nel ’73 nel Gange a Varanasi.

«Potete davvero fidarvi se vi dico che il racconto vi prenderà fin dalla prima riga, perché avete tra le mani uno dei più grandi libri di viaggio di sempre» (Paolo Rumiz)

Nicolas Bouvier, svizzero francese, classe ’29, tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, viaggia come reporter tra la Finlandia, il Sahara algerino e la Turchia. Nel 1953 decide di partire dalla Jugoslavia per arrivare in India. In che modo? Con una Topolino dalle ruote perennemente sgonfie, che si scassa in continuazione, nei posti più incredibili e solitari, tra le montagne della Persia o in Azerbaigian, aggiustata alla bell’e meglio da improbabili meccanici pakistani o spinta, tra pecore e cammelli, da vocianti ragazzini nomadi. Attraversa l’India, va a Ceylon, da dove s’imbarca per il Giappone. Da qui riparte per la Francia per arrivare, dopo malattie, solitudine e lunghe soste, a Marsiglia, alla fine del ’56. Nicolas Bouvier è morto di cancro nel ’98.

Potremmo vivere benissimo anche senza saperlo. Il fatto è che però non lo sappiamo. Non sappiamo per certo chi sia stato il primo uomo a mettere piede sulla cima dell’Everest, Chomolungma, la “Dea Madre della Terra”, come lo chiamano i tibetani. Ufficialmente tale impresa è attribuita alla spedizione che portò in vetta l’alpinista neozelandese Edmund Hillary e lo Sherpa Tenzing Norgay. Era il 1953.

Ma, ventinove anni prima, nel giugno del ’24, due alpinisti inglesi, George Mallory e Andrew Irvine, vengono avvistati per l’ultima volta a 240 metri dalla vetta. Pochi minuti dopo scompaiono inghiottiti da una bufera di neve. Non sappiamo ancora se siano morti durante la salita o in discesa dopo la conquista del tetto del mondo. Quest’ultima ipotesi è avvalorata dal ritrovamento nel 1999 del corpo di Mallory, a 8290 metri, nella cosiddetta “fascia gialla”, ovvero nella zona utilizzata dagli scalatori per la ridiscesa dalla vetta. Peter Firstbrook partecipò nel ’99 a quella spedizione e la racconta in Scomparsi sull’Everest, il bellissimo libro edito dal Saggiatore.

Era il 1982 quando uscì nelle sale cinematografiche Fitzcarraldo di Werner Herzog. La trama la ricorderete: è la storia di un folle visionario, magnate del caucciù, che vuole portare, agli inizi del Novecento, i nomi più importanti della lirica ad esibirsi nel pieno della foresta amazzonica. La lavorazione del film durò quattro anni, passando per infiniti problemi: i costi di produzione elevatissimi, gli attori in fuga, le malattie, gli indigeni insofferenti, i luoghi selvaggi e inospitali; infine una nave di trecento tonnellate da trascinare attraverso la giungla e da trainare su per una montagna con una pendenza di quaranta gradi.

Ma Herzog, oltre che un grande regista, dimostra di essere un ottimo scrittore in un diario, inizialmente non destinato alla pubblicazione. Si chiama Sentieri nel ghiaccio e racconta il viaggio a piedi che l’autore fece nell’inverno del 1974 da Monaco di Baviera a Parigi per andare a trovare un’amica gravemente ammalata – la critica e storica del cinema Lotte Eisner -, che lottava tra la vita e la morte. «Presi la strada più diretta per Parigi, nell’assoluta fiducia che lei sarebbe rimasta in vita, se io fossi arrivato a piedi. A parte questo, volevo essere solo con me stesso». Camminerà per 22 giorni attraverso l’Europa e, quando arriverà a Parigi, l’amica…

Herzog dunque cammina perché è convinto che, camminando, si possa salvare la vita dell’amica. Sentite qua Claudio Magris: «Viaggiare ha a che fare con la morte, come ben sapevano Baudelaire o Gadda, ma è anche un differire la morte; rimandare il più possibile l’arrivo, l’incontro con l’essenziale, come la prefazione differisce la vera e propria lettura, il momento del bilancio definitivo e del giudizio. Viaggiare, non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare più tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai».

«Ero sempre tentato di scoprire che cosa ci fosse di là, dall’altra parte. Mi chiedevo cosa si provasse nel varcare una frontiera. Che cosa si sentiva? Che cosa si pensava? Doveva essere un momento di grande emozione, turbamento, tensione. Cosa c’era dall’altra parte? Senza dubbio qualcosa di diverso. Ma diverso in che senso?» Questi erano i pensieri di un giovane redattore polacco, Ryszard Kapushinski, questo il miraggio di un giornalista che viveva oltre la cortina di ferro. Poi arrivò un incarico per l’India, dove Ryszard arrivò via Roma, in quanto non c’erano voli diretti per Nuova Delhi. Sarà l’inizio di una lunga carriera che lo porterà da Kabul a Shanghai, dal Sudan a Persepoli, dal Ruanda al Sud America. Per tutta la sua straordinaria vita, nel suo infinito viaggiare, il più grande inviato di tutti i tempi porterà con sé un libro: le Storie di Erodoto.

Nel nostro immaginario, almeno nella tradizione occidentale, purtroppo, il viaggiatore intrepido, il romantico vagabondo che si nutre della bellezza del mondo, l’hobo che salta da un treno merci all’altro è quasi sempre maschio. Le donne tessono tele, gli uomini varcano le colonne d’Ercole. Isabelle Eberhardt (Ginevra 1877 – Ain Sefra 1904) è stata un’esploratrice e una scrittrice svizzera. A sedici anni conosceva così bene il Corano che intratteneva un’intensa corrispondenza con i maggiori studiosi del mondo arabo europei e mediorientali; a diciotto anni aveva già pubblicato racconti e saggi. I suoi viaggi iniziano in Algeria dove si era recata per cercare il fratello arruolatosi nella legione straniera. Si converte all’Islam e comincia a viaggiare per l’Africa del Nord a piedi, in cammello, a cavallo, con una particolarità: per potersi unire alle carovane di beduini e per poter accedere agli spazi proibiti alle donne, si rasa i capelli e si veste da uomo. Scrive: «Partire è la più bella e coraggiosa di tutte le azioni. Una gioia egoistica forse, ma una gioia per colui che sa dare valore alla libertà. Essere soli, senza bisogni, sconosciuti, stranieri e tuttavia sentirsi a casa ovunque…». Muore annegata a ventisette anni in maniera incredibile, a causa di un’inondazione improvvisa nel deserto!

Mi fermo qui e mi accorgo di non aver parlato dei più grandi scrittori di viaggio. Si possono trascurare Chatwin o Mutis, Conrad o Hesse, o anche i nostri Terzani o Rumiz, così tanto per dire i primi nomi che mi vengono in mente? No, assolutamente! Ma nessuno è perfetto. Ci consoli il fatto che, eventualmente, si può continuare al prossimo numero. Buon viaggio.

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