Un angolo di Francia, di Doria Sannino: l’anno del Nobel per Annie Ernaux

24 Ottobre 2022

Ottobre 2022, Librellula n° 13

 

L’ anno del Nobel per Annie Ernaux

È del 6 ottobre scorso l’annuncio dell’assegnazione del premio Nobel alla scrittrice francese Annie Ernaux “per il coraggio e l’acutezza clinica con cui svela le radici, gli allontanamenti e i vincoli collettivi della memoria personale“. Con Annie Ernaux la Francia, che è il Paese che ne ha ottenuti più di tutti, conquista il suo 17esimo Premio Nobel per la Letteratura (i più recenti a Patrick Modiano nel 2014 e a Jean-Marie Gustave Le Clézio nel 2008).

Ultimo e più autorevole, in ordine di tempo, dei 13 premi che la scrittrice ha ricevuto nella sua carriera dal 1984, l’evento ha prodotto quello che viene solitamente chiamato “l’effetto Nobel”: appena una settimana dopo l’attribuzione, le librerie sono state letteralmente prese d’assalto, le vendite sono arrivate alle stelle e Gallimard, editore dei romanzi della scrittrice, ha deciso di lanciare una campagna di ristampa che ammonta a 900 000 esemplari, per far fronte alle richieste.

In Italia, il 9 novembre la casa editrice L’Orma pubblicherà, nella traduzione di Lorenzo Flabbi, Il ragazzo (Le jeune homme), ultimo romanzo in ordine di tempo, apparso in Francia nel maggio 2022.

Il ragazzo è un intenso racconto nel quale la scrittrce parla in prima persona della relazione con un uomo di trent’anni più giovane, esperienza che la riporta indietro nel tempo e che, per la durata della liaison, la fa ridiventare la “ragazza scandalosa” degli anni ruggenti. Un à rebour che sfida le convenzioni sociali e segna un passaggio decisivo nella sua scrittura perché offre al lettore la chiave per cogliere il ruolo, il valore, il senso che il tempo svolge nell’intreccio di vita, memoria e stile all’interno della sua opera. “Il ragazzo è una miniatura perfetta che condensa tutti i precedenti libri di Annie Ernaux in un gesto proustiano di sbalorditiva bellezza“, scrive nel numero di maggio di Les Inrockuptibles Éduard Louis.

Della scrittrice, l’Orma editore ha pubblicato La vergogna (1997) Il posto (2014), Gli anni (2015), vincitore del Premio Strega Europeo 2016, L’altra figlia (2016), Memoria di ragazza (2016), Una donna (2018), vincitore del Premio Gregor von Rezzori 2019, L’evento (2019), La donna gelata (2021) e Guarda le luci, amore mio (2022).

Annie Duchesne ( Ernaux è il cognome del marito che le ha dato due figli e dal quale si separerà nel 1980) è nata da nel ’40 in Normandia in una famiglia di umile provenienza. I genitori, prima modesti operai, poi piccoli commercianti avvezzi alle privazioni e ai sacrifici, consentono alla loro figlia il salto di classe, grazie agli studi, alla formazione universitaria, al posto di insegnante di lettere in un liceo. Un passaggio all’universo borghese che inciderà profondamente sulla sua scrittura e sull’impegno sociale e politico. Più che un mezzo per sfuggire alla povertà, la cultura sarà per lei lo strumento privilegiato per sconvolgere lo stereotipo di un femminile debole, decorativo, visto in funzione del maschile forte e produttivo. Il futuro, per lei, si raffigura come la lunga scala rossa di Soutine, di cui ha incollato una riproduzione al muro della sua stanzetta alla città universitaria, un dipinto che annulla il rapporto di equilibrio tra verticale e orizzontale e nel quale le leggi di gravità non sono contemplate. La scrittura è il suo obiettivo e il suo universo. Forse un uomo potrebbe trovarvi un posticino, magari per preservarla dalla follia almeno temporaneamente. Ha incominciato a scrivere un romanzo nel quale le immagini del passato si confrontano con quelle del presente, i sogni notturni con l’immaginario a venire e l’ io narrante non è che il doppio del suo stesso io.

Il suo occhio attento, esterno, intelligente fissa come l’obiettivo della macchia fotografica, osserva e registra il cambiamento attraverso le persone, i loro gusti, i discorsi, la musica, la moda, dal dopoguerra alla ricostruzione, al boom economico. Gli oggetti, arrivando sempre più copiosi, relegano il passato sullo sfondo. Non serve interrogarsi sull’utilità di questi beni di consumo, alla gente basta averli, vuole dimenticare la miseria, pagare a rate la lavatrice, l’asciugacapelli, l’aspirapolvere. La società si muove in tutte le direzioni, i contadini scendono dalla collina alla città, gli studenti lasciano la città per salire al campus sulle colline, condividono lo stesso fango con gli immigrati delle bidonvilles. Ma non è stare insieme che interessa alla gente. È il riscaldamento centrale che vuole, un bagno in casa e l’acqua nei rubinetti, calda. La televisione completa il processo d’integrazione sociale e il tempo, scandito dagli orari di lavoro, dal nido, dalle compere il sabato, produce la felicità dell’ordinario. La malinconia di vedere sfumare un progetto individuale, dipingere, scrivere, fare musica, è compensata dalla soddisfazione di contribuire al progetto famigliare. Le donne che s’illudevano di non somigliare mai alle loro madri, ne prendono il testimone con una leggerezza che la lettura del Secondo sesso autorizza, pur negando ogni valore, a differenza delle madri, a quello che sono tenute a fare, senza sapere perché.

Secondo il cliché delle riviste femminili, lei appartiene alla categoria in espansione delle trentenni attive che conciiano lavoro e maternità senza mortificare la propria femminilità. In realtà, sente di aver tradito la sua natura, ha paura di aver vissuto senza rendersene conto, Ritorna spesso alle immagini di quando era sola, vuole mettere il suo passato nero su bianco, raccontarsi, vedere attraverso la scrittura quella che non è.

Così, a partire dagli anni ’70, Annie Ernaux si ritaglia un meritatissimo posto nel pantheon letterario francese per aver reinventato il genere dell’ autobiografia, etichetta da lei sempre rifiutata, quando attribuita ai suoi romanzi, trasformando il racconto della propria vita in racconto di vita come strumento d’indagine sociale, politica ed esistenziale. Ernaux ha la straordinaria capacità di rendere fecondi I ricordi individuali, rileggendoli nella loro chiave d’interazione con l’esperienza collettiva, perché la scrittura è un atto politico attraverso il quale il lettore può essere sensibilizzato.

Lotterò fino al mio ultimo respiro affinché le donne possano scegliere se essere madri o meno: la contraccezione e il diritto all’aborto sono un diritto fondamentale, la matrice della libertà delle donne“, ha dichiarato durante un recente incontro nella sede della casa editrice Gallimard a Parigi dove, tra l’altro, riferendosi alla situazione politica italiana e all’avvento al potere di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, ha aggiunto che l’estrema destra “nella storia non è mai stata favorevole alle donne”. 

Nella sua esperienza narrativa, non sono mancati attacchi feroci, disprezzo, il rifiuto di considerarla una scrittrice, quando ha messo sul tappeto temi scabrosi quali la passione extraconiugale (Passion simple), lo stereotipo della casalinga perfetta e la monotonia del matrimonio (La Femme gelée), l’aborto clandestino (L’Événement), accolto in un silenzio imbarazzante di critica e di stampa come se non si trattasse di un romanzo ma di una storia di “mammane”.

Tuttavia, Annie Ernaux ha sempre tenuto duro e difeso con coraggio la sua scrittura radicale. Da quando le è stato attribuito il Nobel, la domanda ricorrente, a cinque anni dal movimento Me too, è se non sia stata una scelta politica quella di attribuire il premio ad un’indomita femminista. Il Nobel di letteratura è sempre un premio politico, che sia attribuito a Pasternack minacciato da Stalin, o, nel pieno della Brexit, a Kazuo Ishiguro, lo scrittore inglese di origine giapponese. Il premio ricompensa il valore dell’opera letteraria per la sua ricaduta politica e sociale. È il caso di Annie Ernaux.

Concludo con l’apprezzamento di Pierluigi Battista che fornisce al lettore un ulteriore stimolo a conoscere o continuare a leggere i romanzi della scrittrice: “Ammiro di Annie Ernaux qualità che non c’entrano niente con la gioia della sua attività di donna e femminista. Ammiro Annie Ernaux perché ne “Gli anni”, il suo libro che preferisco, lei tesse un commovente elogio del progresso, la conquista di cose e oggetti che le erano preclusi nella sua gioventù di scarsità e di miseria, la scoperta del benessere, la distanza con un mondo orribile, quello della povertà di massa, in cui “non c’era bocca a cui non mancasse qualche dente“.

Doria Sannino

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